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Sono Nunzia Lombardi, inviata dal triangolo della mortei documenti e i dati riportati qui in ordine cronologico sono raccolti nel libro Campania infelix di bernardo Iovene |
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July 03 PACCHETTO SICUREZZA:Sabato 4 luglio h 11, sit-in davanti alla prefettura di Napoli. Si invitano tutti ad indossare la maglietta con la scritta "clandestino".
Napoli, 2 luglio 2009
PACCHETTO SICUREZZA:
ABBIAMO SOLO DA VERGOGNARCI
Il Senato ha approvato oggi il cosiddetto Pacchetto Sicurezza del ministro
degli interni Maroni.
Mi vergogno di essere italiano e di essere cristiano. Non avrei mai pensato
che un paese come l'Italia avrebbe potuto varare una legge così razzista e
xenofoba. Noi che siamo vissuti per secoli emigrando per cercare un tozzo di
pane (sono 60 milioni gli italiani che vivono all'estero!), ora ripetiamo sugli
immigrati lo stesso trattamento, anzi peggiorandolo che noi italiani abbiamo
subito un po' ovunque nel mondo.
Questa legge è stata votata sull'onda lunga di un razzismo e una xenofobia
crescente di cui la Lega è la migliore espressione.
Il cuore della legge è che il clandestino è ora un criminale. Vorrei
ricordare che criminali non sono gli immigrati clandestini ma quelle strutture
economico-finanziarie che obbligano le persone a emigrare. Papa Giovanni 23°
nella Pacem in Terris ci ricorda che emigrare è un diritto.
Fra le altre cose la legge prevede la tassa sul permesso di soggiorno (i
nostri immigrati non sono già tartassati abbastanza?), le ronde, il permesso di
soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e matrimoni
misti, il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l'ordine
di espulsione ed infine la proibizione per una donna clandestina che partorisce
in ospedale di riconoscere il proprio figlio o di iscriverlo all'anagrafe.
Questa è una legislazione da apartheid, che viene da lontano: passando per la
legge Turco-Napolitano fino alla non costituzionale Bossi-Fini. Tutto questo è
il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla
gogna lavavetri, ambulanti, rom e mendicanti. Questa è una cultura razzista che
ci sta portando nel baratro dell'esclusione e dell'emarginazione.
"Questo rischia di svuotare dall'interno le garanzie costituzionali erette 60
anni fa - così hanno scritto nel loro appello gli antropologi italiani - contro
il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali". Vorrei
far notare che la nostra Costituzione è stata scritta in buona parte da esuli
politici, rientrati in patria dopo l'esilio a causa del fascismo. Per ben due
volte la costituzione italiana parla di diritto d'asilo, che il parlamento non
ha mai trasformato in legge.
E non solo mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno anche di essere
cristiano: questa legge è la negazione di verità fondamentali della Buona
Novella di Gesù di Nazareth. Chiedo alla Chiesa Italiana il coraggio di
denunciare senza mezzi termini una legge che fa a pugni con i fondamenti della
fede cristiana.
Penso che come cristiani dobbiamo avere il coraggio della disobbedienza
civile. È l'invito che aveva fatto il cardinale R. Mahoney di Los Angeles
(California), quando nel 2006 si dibatteva negli USA una legge analoga dove si
affermava che il clandestino è un criminale. Nell'omelia del Mercoledì delle
ceneri nella sua cattedrale, il cardinale di Los Angeles ha detto che, se
quella legge fosse stata approvata, avrebbe chiesto ai suoi preti e a tutto il
personale diocesano la disobbedienza civile. Penso che i vescovi italiani
dovrebbero fare oggi altrettanto.
Davanti a questa legge mi vergogno anche come missionario: sono stato ospite
dei popoli d'Africa per oltre 20 anni, popoli che oggi noi respingiamo,
indifferenti alle loro situazioni d'ingiustizia e d'impoverimento.
Noi italiani tutti dovremmo ricordare quella Parola che Dio rivolse a
Israele: "Non molesterai il forestiero né l'opprimerai, perché voi siete stati
forestieri in terra d'Egitto" (Esodo 22,20).
Alex Zanotelli
July 02 Quei veleni a Giugliano
Repubblica — 30 giugno 2009 pagina 1 sezione: NAPOLI
GIUGLIANO, la più popolosa città campana non capoluogo di provincia, anche conosciuta come "Terra di lavoro", "Campania felix", "Taverna dei re". Locuzioni che sintetizzano fertilità, ricchezza. Eppure, nonostante quest' area abbia una produzione agricola per ettaro 3 volte superiore a quella di qualsiasi altra area d' Italia, in questi campi, e in particolare nell' area di Santa Maria del Pozzo, sono state costruite diverse discariche. E impianti per il trattamento di rifiuti, ovvero: Masseria del pozzo, ex cava riempita di rifiuti solidi urbani; Novambiente; Resit per rifiuti speciali; discarica Fibe con la fos (frazione organica stabilizzata); impianto Cdr con annesso stoccaggio di "ecoballe", ed infine la grande distesa di ecoballe di "Taverna dei re". Tutti impianti inquinanti, ormai saturi e chiusi, alcuni sotto sequestro, ad eccezione del Cdr. Più volte i coltivatori di quest' area hanno segnalato strani movimenti notturni di camion verso le discariche. Nel frattempo, la strada che collega tutte queste discariche, è diventata un luogo per smaltire in modo incontrollato rifiuti di ogni genere, che sistematicamente e con scientificità, vengono dati alle fiamme, come denuncia in modo tempestivo il sito www.laterradeifuochi.it La conseguenza inevitabile di tale scempio è l' inquinamento delle falde acquifere sottostanti, che ha compromesso solo in parte la coltivazione dei campi grazie alla fornitura da parte del "consorzio per la bonifica del Volturno" di acqua per l' irrigazione. I contadini hanno però dovuto modificare il tipo di coltivazione e passare da alberi da frutto a piante con un ciclo di vita più breve, come il mais, cioè coltivazioni che completano il loro ciclo di produzione in 60-90 giorni al massimo; questo a causa di un' asfissia radicale provocata con tutta probabilità dal metano presente nel terreno, non ben captato nelle discariche. Nell' area compresa tra queste discariche diversi coltivatori infatti hanno subito danni, alcuni dei quali rilevanti. NUNZIA LOMBARDI E MASSIMO CACCIAPUOTI Vincenzo Cacciapuoti ha visto bruciare parte cospicua del suo impianto di kiwi a causa del metano proveniente da una delle discariche limitrofe, che, non raccoltoe canalizzato,è riemerso laddove la terra risulta più permeabile o attraverso i pozzi. Anche un vicino del signor Cacciapuoti ha subito un danno simile, solo che a lui è andata meglio: ha ottenuto un riconoscimento dei danni dal tribunale di Marano a carico della Fibe. Per il signor Cacciapuoti, invece, al danno si è aggiunta la beffa. Infatti, nonostante siano trascorsi 6 anni da quando ha sporto la prima denuncia proprio contro la Fibe, ancora non è stata pronunciata alcuna sentenza, anzi, il procedimento è fermo e rimandato di continuo per acquisizione di atti. Eppure dalle perizie effettuate sul suo terreno risultano evidenti traspirazioni di metano. Lo stesso fenomeno che ha provocato l' esplosione di 3 pozzi nella medesima area. I pozzi sono stati poi demoliti, perché questa risultava essere l' unica soluzione per domare le fiamme. Dopo le prime denunce la Fibe ha provveduto a captare i gas, difatti adesso si vedono lungo la discarica dei tubi con delle fiamme ai vertici: è il metano prodotto all' interno delle discarica ad alimentarle. Le questioni in gioco sono varie: che fine ha fatto l' accordo siglato dal sindaco di Giugliano con il commissario Bertolaso quando fu concesso l' ultimo ampliamento del sito di ecoballe di Taverna dei re? Esso prevedeva la bonifica e la messa in sicurezza permanente delle discariche di quell' area. E ancora: chi controlla gli impianti per lo smaltimento dei rifiuti, siano essi legati all' emergenza o allo smaltimento di rifiuti speciali? L' ex senatore Tommaso Sodano ha depositato un esposto alla procura di Napoli per presunte irregolarità nell' impianto di termovalorizzazione di Acerra e nella cava di Chiaiano. Il commissario Bertolaso ha querelato l' ex senatore. A chi rispondono questi signori? Chi rappresentano e quali poteri garantiscono? Anche su questo la magistratura speriamo darà risposte celeri. - NUNZIA LOMBARDI MASSIMO CACCIAPUOTI
June 23 “La casta della Monnezza - Dall'emergenza rifiuti alla crisi finanziariaASSOCIAZIONE “SKEMA LIBERO”
presenta
“La casta della Monnezza - Dall'emergenza rifiuti alla crisi finanziaria,
il ritratto di un Paese e di una classe politica sotto inchiesta”
Un libro di Vincenzo Iurillo e Bruno De Stefano
Prefazione di Gianni Barbacetto - Newton & Compton Editori
Indagati, imputati, condannati, salvati dalla prescrizione. Mentre la Campania cade nel baratro dell'emergenza spazzatura, soffoca per la disoccupazione ed è messa in scacco dalla violenza della camorra, la sua classe dirigente rimane nel mirino della magistratura per i reati più gravi e disparati. Si va dal Governatore della Campania, l'afragolese "rosso" Antonio Bassolino, alla sbarra per lo scempio dei rifiuti, al suo acerrimo rivale di partito, Vincenzo De Luca, sindaco dì Salerno, rinviato a giudizio dopo tre richieste di arresto andate a vuoto, Passando per l'ex ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, accusato di aver accettato viaggi e soggiorni di lusso in cambio di favori, e i! suo ex collega di governo Clemente Mastella, indagato con l'accusa di aver utilizzato il suo potere per estorcere nomine e assessorati. E ancora: il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino (pdl), chiamato in causa da pentiti di camorra; il vice capogruppo alla Camera dei berlusconiani Italo Bocchino, nei guai per l'inchiesta "Magnanapoli" sugli appalti truccati per favorire l'imprenditore Alfredo Romeo; l'ex assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Enrico Cardillo (pd), arrestato per l'affare Romeo; il consigliere regionale Nicola Ferrara (udeur), sottoposto a diverse misure cautelari, dall'obbligo di dimora a Casal di Principe al divieto di dimora in Campania...Nel libro di De Stefano e Iurillo sfilano quaranta uomini politici nei guai con la legge: senz’altro troppi per una terra che chiede a gran voce il riscatto dalle condizioni in cui è precipitata.
Venerdì 26 Giugno ore 19,00 “Officina della Pace”
Via Aldo Moro, 31 - Ercolano (NA)
Incontro con gli autori
Interverranno:
- Luisa Bossa : Parlamentare della commissione antimafia
- Amato Lamberti : Direttore scientifico “Osservatorio sulla camorra e l’illegalità”, Docente di Sociologia della devianza e di Politiche della sicurezza Università "Federico II" di Napoli
- Nunzia Lombardi : Giornalista e autrice del libro “Campania Infelix”
June 21 cuma: veleni nei regi lagniScarichi non trattati: veleni nei Regi Lagni
Il depuratore ormai cade a pezzi. cronaca di un disastro
Il blu del mare è scomparso
Il blu del mare è scomparso
NAPOLI — Un liquido marrone, venato di strisce di schiuma grigiastra. Se era acqua depurata, quella che sgorgava ieri alle 13.00 dal depuratore di Foce Regi Lagni, uno dei 5 gestito da Hydrogest (90% Termomeccanica — partecipata al 40% da Banca Intesa — e 10% Giustino Costruzioni), nessuno se ne è accorto. «E’ così ogni giorno», rivela Leopoldo Fabozzi, uno degli operai. Quel fiume scuro e denso si immette nei canali borbonici e finisce nel mare di Castel Volturno, dove i tuffi sono proibiti per l’altissima concentrazione di coliformi fecali. «Abbiamo il mare più inquinato d’Italia», dice Antonio Scalzone, ex sindaco del Comune casertano. «Colpa del depuratore che cade a pezzi», prosegue, «degli scarichi industriali abusivi nei lagni e del fatto che, su 104 Comuni del comprensorio, pochissimi sono allacciati all’impianto».
Mancano dunque perfino i collettori. Avrebbe dovuto realizzarli la stessa società che gestisce il depuratore da novembre 2006. A chi lo osservi dalla strada statale, l’impianto di Foce Regi Lagni appare in tutta la sua fatiscenza. Ruggine ovunque. Sul piazzale le coclee (enormi viti lunghe 30 metri e con un diametro di 3) acquistate da mesi, ma non ancora montate, per sostituire quelle guaste. Antonio Morgese, delegato Cgil-Fiom, uno dei 450 operai dei depuratori affidati ad Hydrogest, spiega come dovrebbe funzionare il ciclo. «I liquami che arrivano dal collettore», dice, «sono portati in quota dalla centrale di sollevamento, tramite le coclee. Di lì vanno nelle vasche e subiscono un trattamento biologico primario e secondario, affidato a particolari batteri. Transitano poi nei digestori, dove decantano. Le pompe li trasferiscono nella centrifuga, dove avviene la separazione tra fanghi ed acqua. Quest’ultima dovrebbe uscire pulita e clorata dagli impianti. I fanghi stoccati nei silos dovrebbero essere portati nelle discariche speciali ». Ecco, invece, cosa accade nel depuratore di Foce Regi Lagni.
Un impianto mai ristrutturato, nonostante il contratto che fu stipulato nel 2006 dai privati col Commissariato alle acque. Prevedeva investimenti di Hydrogest per 128 milioni e della Regione per 22 milioni per potenziare i 5 depuratori affidati alla società. «Le coclee», riferisce Morgese, «sono sostituite dalle pompe di sollevamento, ma non è la stessa cosa. I digestori sono zeppi di fanghi. Idem i silos, perché la società che dovrebbe trasportare il materiale nella discarica in Puglia effettua viaggi saltuari. Lamenta di non essere pagata regolarmente dal gestore». Non stanno meglio gli altri 4 stabilimenti per la depurazione gestiti da Hydrogest. «Un mese fa», racconta per esempio Salvatore Moretta, che lavora in quello di Marcianise,«qualcuno ha rubato le cassette degli attrezzi. La società ha impiegato tre settimane per acquistarne altri. Per ventuno giorni non abbiamo avuto neppure una chiave inglese per svitare un bullone ». Un atto di accusa impietoso, quello degli operai. Certo, ci sarà pure qualcuno legato alle società che hanno preceduto Hydrogest. Ci sarà magari qualcun altro che vorrebbe imporre assunzioni di familiari, come ha denunciato ad aprile in un convegno Enzo Papi, l’ex amministratore della Cogefar Impresit, ora al timone di Termomeccanica. Tuttavia, mano a mano che ad una testimonianza ne segue un’altra, non si può non pensare ad un’altra storia di inefficienze, di rapporti contraddittori tra il privato e la pubblica amministrazione, di risorse male utilizzate. Quella dell’emergenza rifiuti. «L’unica differenza», riflette Enzo Argentato, della Fiom, «è che la spazzatura accumulata in strada la vedono tutti, i liquami in mare no». Accusa: «È impressionante la serie di inadempimenti contrattuali di Hydrogest ». L’imprenditore Mimmo Giustino invita però a guardare al futuro con ottimismo: «I nostri problemi nascono dal fatto che abbiamo circa 65 milioni di euro di fatture non saldate. Per un anno e mezzo il Commissariato alle acque ci ha trasferito solo in minima parte i canoni di depurazione (circa 10 milioni di euro a trimestre) che i cittadini pagano ai Comuni o ai gestori dai Comuni incaricati. Da quando la convenzione è in capo alla Regione, va meglio, perché anticipa i soldi che ci devono le amministrazioni locali». Se questo significherà finalmente l’inizio dei lavori indispensabili nei 5 depuratori, lo diranno i prossimi mesi.
Fabrizio Geremicca
19 giugno 2009 ” La miseria del capitale: inquinamento dell’ ecosistema e diritti negati”Venerdì 26 giugno 2006, alle ore 16 presso la sede dell’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, via Monte di Dio 14 :
” La miseria del capitale: inquinamento dell’ ecosistema e diritti negati” incontro pubblico con:
J. Martinez Alier - Univ. Autonoma Barcellona
Giuseppe De Marzo - Associazione A Sud
Nicola Capone - Coordinamento Regionale Rifiuti Campania
Omar Bonilla Martinez - Accion Ecologica
Supriya Singh - Centre Science and Environment.
saluto di Gerardo Marotta -Presidente Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
L’incontro è promosso da:
Coordinamento Regionale Rifiuti Campania, Ass. A Sud, CDCA Centro Documentazione
Conflitti Ambientali, Progetto Europeo CEECEC, Commissione Europea Programma CORDIS
in allegato la cartolina relativa all'evento aperta discarica di terzigno
Aperto il primo lotto della cava. In attesa della totale apertura dell’impianto, vengono raccolte le prime tonnellate di rifiuti.
Dopo un attento collaudo e le giuste accortezze, quattro giorni fa è stato aperto il primo lotto della cava di via Nespole della Monaca, in località Pozzelle. Rispettata, quindi, la data fissata da Bertolaso. L’attività di raccolta, in questi primi giorni, in attesa dell’apertura completa e definitiva, si è svolta senza particolari problemi. La struttura, che ha una capienza totale di circa 600 tonnellate, accoglierà, per ora, 20 tonnellate al giorno.
I lavori, intanto proseguono e per la fine del mese si dovrebbe raggiungere l’obiettivo della messa in funzione del secondo lotto. La discarica, inoltre, dovrebbe accogliere le polveri provenienti dall’inceneritore di Acerra, in modo da far abbassare, secondo Bertolaso, i costi di smaltimento.
La cosa strana, che risalta agli occhi di molti, è la mancata presenza di ogni tipo di manifestazione contro la nuova struttura, nessun ambientalista o simile ha fatto sentire la propria voce.
Le polemiche, però, non sono mancate. Infatti, per terminare lo scavo sono state usate alcune cariche di esplosivo, il cui boato è arrivato fino alle vicine abitazioni, creando delle crepe nelle pareti. Immediate le denuncie dei proprietari. Altro fattore da aggiungere è la scoperta di alcuni reperti archeologici, che con molta probabilità rallenteranno i lavori. Nonostante alcuni intoppi, l’attività di raccolta del nuovo "mostro", in attesa di completamento, ha comunque preso il via.
Autore: Raffaele IserniaJune 20 DANNO RIFIUTI, 1500 EURO A TESTA. LA CORTE EUROPEA: «LO STATO RISARCISCA I CITTADINI CAMPANI»DANNO RIFIUTI, 1500 EURO A TESTA. LA CORTE EUROPEA: «LO STATO RISARCISCA I CITTADINI CAMPANI»
Scritto da R. F. da la Repubblica Napoli, 20-06-2009 10:58
ALTRO che Tarsu al massimo. Nel duello sulla spazzatura fra Comune e governo si inserisce la Corte europea per i diritti dell´uomo. L´organismo ha accolto ieri con procedura d´urgenza un ricorso presentato dagli uomini della Destra di Storace.
Il ricorso mirava a ottenere per i cittadini campani un rimborso a causa dei danni patiti nell´emergenza rifiuti. La Corte, con sede a Strasburgo, ha accolto la tesi e ha dunque disposto che lo Stato proceda a questo rimborso a vantaggio dei residenti in Campania. Il risarcimento sarebbe dovuto per il danno economico, biologico ed esistenziale subito dalla scorsa crisi rifiuti. L´importo è ovviamente variabile, in ragione del luogo ma anche della tipologia di contribuente. Ma la media si aggira intorno ai 1500 euro a testa.
I particolari del dispositivo saranno resi noti oggi dai dirigenti del partito, Bruno Esposito e Maurizio Bruno, assistiti dai legali che hanno curato la pratica. La Corte chiederà un incontro col governo italiano per vagliare come questo voglia mettere in pratica la sentenza, pena altre sanzioni in caso di inadempienza. D´altro canto la Corte, nell´accogliere il ricorso, ha anche chiesto che l´Italia individui e punisca patrimonialmente i responsabili del disastro che ha devastato l´immagine della regione.
Su strada intanto la crisi rifiuti registra una nuova recrudescenza con epicentro Quarto. Un caso non nuovo, già foriero in passato di polemiche fra il sindaco e il sottosegretario Bertolaso. Ora il primo cittadino Sauro Secone torna a chiedere l´intervento del governo. In particolare Secone chiede «l´invio di una ditta che al più presto provveda a eliminare i cumuli di spazzatura che sono ancora per strada». La situazione si sta facenda anche per le alte temperature e delle circa 90 tonnellate di spazzatura ancora in strada. Il tutto mentre prosegue la protesta dei dipendenti della "Quarto Multiservizi spa": dopo lo sciopero dello scorso 17 giugno, sono stati proclamati altri due giorni di astensione dal lavoro per il 30 giugno e l´1 luglio. Intanto l´ex direttore del Termovalorizzatore di Acerra, Giuseppe Vacca, coinvolto nell´indagine sui collaudi degli impianti di cdr, ha rassegnato ieri le dimissioni. Il gip Aldo Esposito ha sostituito all´indagato (difeso dagli avvocati Giuseppe Fusco e Lucio Majorano) la misura dell´obbligo di dimora con un obbligo di firma.
June 18 il depuratore di cuma
Eco-News, video
Sciopero dipendenti, fermo depuratore Cuma
Protesta dei dipendenti. I liquami non trattati finiscono direttamente a mare. I sindaci di Pozzuoli e Giugliano: «Disastro ambientale». All’interno del post il servizio di Striscia la Notizia sul depuratore cumano ed il filmato “Cuma, bomba ecologica”, breve (quanto triste) storia dell’impianto
I lavoratori bloccano il depuratore di Cuma, esasperati dai continui ritardi nel pagamento dello stipendio, ed è emergenza ambientale. Gravissima. Ieri il mare di Licola era una fogna a cielo aperto. Una enorme macchia marrone, alimentata ora dopo ora dai liquami scaricati direttamente in acqua. In via Ripuaria, a Giugliano, e nella zona antistante la chiesa di San Massimo, nel borgo di Licola, comune di Pozzuoli, strade viscide per la melma, sovrastate da un tanfo nauseabondo. I liquami sgorgavano copiosi dal sottosuolo, attraverso i tombini. Emir Kusturica non avrebbe saputo immaginare una scena più paradossale, ma a Pozzuoli e a Giugliano nessuno ha voglia di ridere.
Men che meno i sindaci. Quello di Giugliano, Giovanni Pianese, non crede letteralmente ai suoi occhi: «Allucinante. Non è concepibile che una protesta, per quanto legittima, arrechi simili danni all’ambiente e alla popolazione». Il suo collega puteolano, Pasquale Giacobbe, minaccia denunce ed esposti, ma intanto assiste impotente al disastro: «Esigo che siano accertate le responsabilità, ad ogni livello». Appena avuta notizia dell’ agitazione dei dipendenti dell’ Ugl, il Comune aveva chiesto all’ assessorato all’ Ambiente della Regione un intervento immediato per scongiurare danni igienico-sanitari. Ieri il Comune ha sollecitato anche un intervento di Prefettura ed Asl. «Adesso bisognerà far fronte alla grave situazione-igienico sanitaria che si è determinata con la fuoriuscita in strada dei liquami e con lo sversamento in mare di materiale non depurato, con conseguenti danni per la stagione turistica appena iniziata — incalza il sindaco Giacobbe — convocheremo subito ad un tavolo di discussione sia la Hydrogest che la Regione per chiedere l’immediata bonifica dell’ intera area danneggiata».
Si mobilitano anche i residenti di Licola e Varcaturo che stanno subendo i maggiori disagi. Puntano a costituire un Comitato ed a chiedere alla Regione Campania i danni per l’inquinamento ambientale arrecato. «Vengano accertate le colpe dell’accaduto» denunciano. Le colpe, appunto. Ce ne sono tante nella intricatissima vicenda dei depuratori campani che Hydrogest (90% Termomeccanica (“a volte ritornano”, ndRed9) e 10% Giustino Costruzioni) gestisce da novembre 2006, dopo aver vinto la gara nel 2003. Quelle degli operai, i quali martedì sera hanno perso la testa ed hanno bloccato l’impianto, sono le ultime, in ordine cronologico. Non le più gravi, certamente. «Non ci hanno ancora pagato lo stipendio di maggio», lamenta Leopoldo Fabozzi, turnista (1700 euro di salario ) nel depuratore di Foce Regi Lagni. «Per gente che campa con il salario e 17 giorni di ritardo significa problemi con l’affitto e per la spesa», incalza Antonio Norgese, una moglie e due figli, che lavora al depuratore di Napoli Nord, in quel di Orta di Atella.
Va avanti così da due anni. Fino ad ora i 400 metalmeccanici degli impianti avevano mantenuto dritta la barra del timone: rivendicazioni tramite le rappresentanze sindacali, ingiunzioni legali. La sera di martedì, però, a Cuma è accaduto qualcosa di diverso. Una parte dei 140 operai ha scelto la linea dura. «Un errore — ammette Gennaro Esposito, della Uilm— Ci ritroveremo con una valanga di denunce e finiremo con l’alienarci la simpatia della gente». Quella che ieri osservava il mare di liquami, dalla spiaggia di Licola. Eppure, sarebbe ingiusto, per raccontare la vicenda della depurazione che non c’è, in Campania, partire dall’ultimo anello, dall’inciampo degli operai. Meglio guardare gli impianti, quelli che Hydrogest avrebbe dovuto rendere più efficienti e funzionali, dopo la gara di appalto.
A Cuma i digestori per stagionare i fanghi sono fermi da un anno e mezzo. Erano talmente messi male che rischiavano di esplodere. Nella centrifuga finisce il fango fresco e l’impianto lavora malissimo. Nell’impianto di Napoli Nord attendono da anni la sostituzione di due centifughe, entrambe lavorano a singhiozzo. Tutti i depuratori, poi, affogano nei fanghi. Li dovrebbe portare in una discarica in Puglia la ditta Trincone di Pozzuoli. Dagli impianti escono non più di un paio di camion al giorno, però. Servirebbe il triplo dei viaggi. Insomma, un disastro. Lo riconosce anche Gaetano De Bari, amministratore di Hydrogest. «La colpa, però — dice —non è nostra. Abbiamo incassato solo una minima parte dei canoni di depurazione che, come previsto dal contratto, avrebbero dovuto garantirci la copertura dei costi e i profitti. I Comuni le hanno pagato le quote al Commissariato alle Acque, ma a noi sono arrivate solo in parte. Per giunta, sulla base delle tariffe concordate nel 2003, inferiori a quelle del 2006, quando abbiamo preso gli impianti».
Hydrogest rivendica 65 milioni di euro di credito. Si spiegano così, sostiene De Bari, i continui ritardi nei pagamenti degli stipendi, la manutenzione carente e i lavori di adeguamento dei depuratori che non sono mai iniziati. L’assessore regionale all’Ambiente, Ganapini, sta cercando una soluzione. È una buona notizia. L’altra, recentissima: sono state montate le centraline sugli impianti per verificare la qualità dell’acqua in ingresso e in uscita. Le ha prodotte una società del nord, la Orion, su appalto dell’Arpac. Gara vinta nel 2006, contratto stipulato solo a maggio, lavori ultimati in tempo record. Si è corso il rischio di perdere il finanziamento europeo. In serata la Regione con una nota del settore Ciclo integrato delle acque ha reso noto che sono iniziate le operazioni di pulizia dell’area intorno al depuratore.
(Fabrizio Geremicca, Corriere del Mezzogiorno) June 15 l'incubo tossico di casalnuovo
A Casalnuovo, comune in provincia di Napoli sciolto nel 2007 per infiltrazione camorristica, a causa della costruzione di un intero quartiere residenziale abusivo, in molti sanno cosa sia la ra.m.oil.
Chi non conosce il nome, accenna ad una smorfia quando gli domandiamo cosa c’è in via filichito 16, a 150 m dalla piazza di Tavernanova, una frazione appunto di Casalnuovo di Napoli.
Insomma, anche se il nome Ra. M. oil. può essere poco noto, a nessuno sfugge che in quella strada c’è uno stabilimento industriale importante.
Stabilimento buncher, a dire il vero. Infatti da fuori non si riesce ad intravedere nulla, e soprattutto nessuno sa cosa accade e quale lo scopo dello stabilimento, il tipo di lavorazione.
Abbiamo provato a fare qualche domanda agli abitanti della zona circa l’incendio divampato all’interno dello stabilimento ieri pomeriggio, ma nessuno ne sapeva nulla.
Omertà? Paura? Indifferenza? Distrazione? Un po’ di tutto.
Eppure se vivessimo accanto ad uno stabilimento industriale insalubre di prima classe, che rientra nel piano regionale di bonifica della regione campania del 2005, censito dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare nell'inventario degli “stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti” dormiremmo sonni poco tranquilli.
A dire il vero i cittadini sembrano preoccupati, ma preferiscono non parlare. Altri invece dicono qualcosa, che dalle 21 fino all’alba l’aria nei dintorni risulta irrespirabile. Una signora che non abita più qui dice: “io non potevo stendere i panni la sera, perché al mattino puzzavano. Ma adesso per fortuna non vivo più qui. Sono andata via, scappata”.
Quando venerdì è scattato l’allarme sono arrivati sul posto diverse vetture dei vigili del fuoco, successivamente e per fortuna, si è reso necessario l’intervento di una sola vettura visto che l’incendio riguardava gli uffici e non lo stabilimento annesso. Di fatto le opere di spegnimento si sono risolte in poco tempo e senza grandi rischi e problemi. Ma se le fiamme avessero interessato gli stabilimenti, i depositi o l’aria attrezzata per la “LA RACCOLTA, LA DEPURAZIONE E LA DISTRUZIONE, MEDIANTE INCENERIMENTO ED ALTRE TECNICHE DI TUTTI I RESIDUI SIA LIQUIDI CHE SOLIDI DERIVANTI DAI PROCESSI PRODUTTIVI EFFETTUATI DA OGNI TIPO DI AZIENDA INDUSTRIALE" allora le cose avrebbero preso una piega diversa.
Al momento le attività della società continuano a svolgersi regolarmente, tranne che per i due uffici coinvolti dichiarati impraticabili dai vigili del fuoco.
Ovviamente non siamo riusciti a parlare con i responsabili della società ma dal sito ufficiale risulta che la stessa è operativa dal 1963.
Con la direttiva Seveso, e le successive integrazioni e modifiche emanate dalla Comunità Europea e recepite dall’Italia, le procedure da adottare da società censite come “a rischio rilevante di incidente” insieme ai Comuni, Asl, Arpa, vigili del fuoco e Regioni sono precise e chiare. Tra queste sembrano particolarmente interessanti le seguenti:
l 'esistenza in ogni stabilimento a rischio di un piano di prevenzione e di un piano di emergenza;
la cooperazione tra i gestori per limitare l'effetto domino; il controllo dell'urbanizzazione attorno ai siti a rischio; l'informazione degli abitanti delle zone limitrofe, e a corollario delle precenti l’attività che prevede la
redazione e il riesaminare, ogni 2 anni, di un documento di Politica di prevenzione degli incidenti rilevanti.
E’ palese che nel comune noto in Italia per gli abusi edilizi richiedere il “ controllo dell’urbanizzazione attorno al sito a rischio” potrebbe risuonare quanto meno ridondante.
Eppure nell’area a ridosso dello stabilimento la questione non riguarda costruzioni abusive. Anzi si tratta spesso di opere pubbliche di primaria importanza: A meno di 200 metri c’è una scuola, una piazza attraversata da un’arteria stradale importante per tutta l’area, parliamo della Nazionale delle Puglie, a 500 metri l’autostrada Caserta-Salerno, e di fronte all’ingresso dello stabilimento in seguito all’apertura dello stesso, è stato costruito un intero parco privato.
Viene da chiedersi come si faccia a concedere l’autorizzazione per uno stabilimento simile in un’area così densamente abitata, o al contrario come si faccia a progettare l’ampliamento di un’area urbana a ridosso di uno stabilimento del genere. Non si può, come troppo spesso accade, salvare capre e cavoli, permettere di costruire abitazioni strade e scuole e contemporaneamente non pretenedere il dislocamento dello stabilimento. Il testo unico legge sanitaria (art 216 e 217, per la precisione) dichiara infatti esplicitamente che attività insalubri di prima classe dovrebbe essere allocate lontano da abitazioni.
Gli abitanti dell’area hanno dichiarato di non essere stati mai avvisati circa la pericolosità dell’impianto, ne di aver mai preso parte ad esercitazioni messi in atto in caso di evacuazione dell’area.
In compenso però alcuni cittadini “attivi” che abitano nei pressi dello stabilimento, memori dell’esplosione avvenuta circa dieci anni fa all’interno dello stabilimento, da cui si sviluppò un nube a forma di fungo, hanno avuto paura quando hanno sentito suonare la sirena di sicurezza dell’impianto. Le sirene fanno parte dei requisiti necessari per allertare i lavoratori e la popolazione circostante in caso di allarme e di successiva evacuazione. Alle 8,30 di venerdì mattina, questi cittadini, spaventati dalle sirene hanno visto le fiamme sollevarsi accanto ai serbatoi centrali (la società è autorizzata anche a raffinare olii esausti). La notizia successivamente è rimbalzata anche su alcuni blog. Dove per l’esattezza viene scritto che durante la telefonata effettuata ai vigili del fuoco del comando di Napoli l’operatore avrebbe dichiarato che erano già stati allertati e mobilitati e che si trattava dell’esplosione di un serbatoio.
Come spesso accade in questi casi i cittadini ce avrebbero il diritto di sapere e di conoscere i rischi reali o presunti, a cui sono esposti in tempo reale, non riescono neppure ad accedere alle notizie, visto che ne i carabinieri, ne i vigili urbani, ne la guardia di finanza che ha anche un presidio fisso all’interno dello stabilimento hanno ritenuto opportuno rispondere alle nostre domande.
Lasciamo alla magistratura la risoluzione del caso.
DA REPUBBLICA DEL 15/06/09 LOMBARDI - CACCIAPUOTI June 12 C'è la scuola", Tar boccia antenna
MARIGLIANO - Il Tribunale amministrativo regionale della Campania dà ragione al comune di Marigliano ed impedisce la costruzione dell’antenna di telefonia mobile di via De Filippo, da mesi oggetto di controversia. Con sentenza numero 01126 pronunciata lo scorso 4 giugno, infatti, il Tar ha deciso in merito al ricorso presentato dall’azienda di telefonia mobile contro la sospensiva del comune di Marigliano. I giudici hanno rigettato tale ricorso, ritenendo valida la sospensiva dell’ufficio tecnico comunale, così motivando: “non può essere concesso ingresso alla tutela cautelare invocata” perché “è stata comprovata in atti l’avvenuta produzione di due diverse istanze di autorizzazione (o denunce di inizio attività che siano) presentate nella stessa data del 22 maggio 2008: l’una, relativa all’impianto per cui è qui causa da realizzarsi alla via De Filippo, l’altra, relativa alla realizzazione di un diverso impianto, alla via Rossi Doria, n. 3, località Masseria Favella”. Infatti prosegue la sentenza: “ Questa circostanza smentisce per tabulas le affermazioni di Wind secondo cui “aveva pianificato, nel corso del 2008, di posizionare nel territorio cittadino solo l’impianto per cui è causa, il che rispondeva alla denuncia di mancata previa predisposizione del piano annuale”. Infine viene menzionata: “l’esistenza in prossimità del realizzando impianto di una scuola materna e di una chiesa, non denunciati (dalla azienda di telefonia mobile n.d.r.) con quanto ne consegue sul piano della validità della formazione del titolo, oltre che sui contenuti delle perizie giurate versate in atti in ordine alla potenza dei campi elettromagnetici generati dal realizzando impianto”. Prima vittoria, dunque, per il Comitato antielettrosmog sorto contro l’antenna. Ora solo la preoccupazione per questo nuovo impianto che dovrebbe sorgere a via Doria.
di redazione 11/06/2009
Anno II Numero 161 June 11 i dati su acerra Acerra, i primi dati ufficiali
16170 tonnellate di rifiuti bruciati tra marzo e maggio 2009, a fronte di 2048 tonnellate di scorie prodotte. La combustione di rifiuti è stata, invece, pari a zero per tutta la prima settimana di giugno, periodo durante il quale non sono stati rilevati superamenti dei limiti di pm10 nell’aria. Intanto, viene rimandata, con ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri, l’attività di pieno regime per ulteriori verifiche sui livelli di emissione dell’impianto
L’osservatorio Ambientale dell’inceneritore di Acerra ha pubblicato per la prima volta i dati sul funzionamento dell’impianto dal suo primo avvio. Le tre linee dell’inceneritore sono entrate in funzione rispettivamente il 18 marzo, il 2 maggio e l’8 maggio. L’osservatorio ha fornito i dati relativi al periodo marzo – maggio in forma aggregata. Vale la pena sottolineare per chiarezza che i dati non sono, almeno per il periodo in questione, sufficientemente trasparenti. I risultati dell’attività sono forniti in modo da non consentire la verifica del numero di ore di funzionamento per ogni linea. Quello che comunque si può dedurre, da quanto pubblicato dall’osservatorio, è che complessivamente, durante il periodo marzo-maggio, le tre linee hanno funzionato con rifiuti per un totale di 27 giorni, dunque meno di un terzo dell’intero periodo di operatività. In questo intervallo di tempo, sono state bruciate 16170 tonnellate di rifiuti, 2048 tonnellate di scorie sono prodotte mentre l’energia in uscita è stata pari a 859 megawattora. Per quanto riguarda, invece, la settimana che va dal 1 al 7 giugno i dati sono più puntuali. Nello specifico, la seconda linea non ha mai funzionato, la prima linea è stata operativa per un totale di 32 ore su 168 e la terza per un totale di 41 ore su 168 totali. In ogni caso durante questa settimana non sono mai stati bruciati rifiuti, la struttura ha funzionato a gasolio. Restano ancora un mistero i dati sulle emissioni che dovrebbero essere aggiornati dall’osservatorio.
Sono però disponibili quelli forniti dall’arpac sulla qualità dell’aria nella zona di Acerra. Abbiamo confrontato questi ultimi con l’attività dell’inceneritore. Ebbene, durante la settimana dal 1 al 7 giugno, quella in cui non sono stati bruciati rifiuti, non sono stati rilevati superamenti dei livelli consentiti di pm10 nell’aria.
Vale la pena a questo punto sottolineare che la fase di pieno regime dell’impianto è stata rimandata al 2 luglio, la ragione addotta dal Consiglio dei Ministri è stata che sono ancora necessarie verifiche sul funzionamento dell’impianto nonché delle emissioni.
Le tabelle dati fornite dall’osservatorio di Acerra
I dati Arpac sulla qualità dell’aria di Acerra
tratto da http://http://www.9online.it/blog_emergenzarifiuti/2009/06/11/acerra-i-primi-dati-ufficiali/#more-2874 Rifiuti in Sicilia: affari da miliardi * di euroRifiuti in Sicilia: affari da miliardi * di euro
Con l’avvio delle nuove gare per gli inceneritori, viene rilanciato un affare di proporzioni enormi, destinato a influire notevolmente sugli assetti del potere siciliano nei prossimi decenni. Le concertazioni fra Palermo e Roma. Il quadro degli interessi in causa.
6 giugno 2009 - Carlo Ruta
Fonte: "Domani". Settimanale di Arcoiris tv
L’accelerazione impressa dalle sedi regionali nella partita dei rifiuti è sintomatica. È arrivata per certi versi imprevista, dopo anni di gioco apparentemente fermo, a seguito della decisione assunta nel 2006 dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di annullare le aggiudicazioni dei quattro mega inceneritori, avvenute nel 2003. Si è cercato di prendere tempo, per rimettere ordine nell’affare, che ha visto in campo cordate economiche di spessore, eterogenee ma bene amalgamate. Si è interloquito con le società interessate per concordare il rimborso dei danni, stabiliti in ultimo nella cifra, iperbolica, di 200 milioni di euro. Adesso è arrivato l’annuncio delle nuove gare, mosse paradossalmente dagli alti burocrati che hanno organizzato le precedenti: dai medesimi quindi che sono stati censurati dalla UE per le irregolarità rilevate nella vicenda. Come è nelle consuetudini, esistono ipoteche, parole date, assetti da cui non è agevole prescindere. Si registra comunque un aggiornamento, non da poco: gli inceneritori da realizzare saranno tre, a Bellolampo, Augusta e Campofranco. Si è deciso quindi di rinunciare al quarto, che sarebbe dovuto sorgere a Paternò, in area etnea. Le responsabilità sono state fatte ricadere sulla compagine aggiudicataria Sicil Power, che secondo l’avvocato Felice Crosta, presidente dell’Arra, avrebbe indugiato troppo dinanzi alle richieste della parte pubblica. In realtà tutto lascia ritenere che si sia trattato di un primo rendiconto, nell’intimo della maggioranza e delle aree economiche di riferimento, mentre si opera per disincentivare la protesta che ha percorso l’isola dagli inizi del decennio.
Si è fatto il possibile, evidentemente, per rispettare i termini imposti dalla Ue, perché non si perdessero i contributi, per diverse centinaia di milioni di euro, che la medesima ha destinato al piano rifiuti dell’isola. In quanto sta avvenendo si scorge nondimeno un ulteriore tempismo, che richiede una definizione. Tutto riparte dopo l’anno zero dell’emergenza di Napoli, a margine quindi di una rivolta sedata, ma probabilmente solo differita, che ha permesso di saggiare comunque un preciso modello di democrazia autoritaria, sostenuto da leggi ad hoc e da un particolare piglio sul terreno, tipicamente militare. Tutto riparte altresì quando l’allarme rifiuti è già al rosso non solo in Sicilia ma in numerose aree della penisola: quando s’impone quindi una risposta conclusiva, a livello generale, che, come nel caso di Napoli, si possa spendere dalla prospettiva del consenso. In tali sequenze si possono ravvisare allora delle logiche, che comunque vanno poste in relazione con alcuni dati di fatto, ma soprattutto con una serie di numeri.
In Italia funzionano 52 inceneritori, che trattano ogni anno circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti: il 15 per cento di quelli complessivi. In Sicilia ne sorgeranno appunto tre, che, come previsto nei bandi di gara del 2003 e in quelli odierni, fatto salvo ovviamente l’impianto di Paternò, cui si è rinunciato, saranno capaci di trattare 1,86 milioni di tonnellate di rifiuti, pari quindi a quasi la metà di quelli che vengono inceneriti lungo tutta la penisola. In particolare: l’impianto di Bellolampo avrà una capacità di lavorazione di 780 mila tonnellate di rifiuti annui; quello di Campofranco, di 680 mila; quello di Augusta, di 400 mila. Si tratta di numeri significativi. I tre inceneritori siciliani risulteranno infatti fra i più grandi dell’intera Europa, insieme con quello di Brescia, che tratta 750 mila tonnellate di rifiuti, e con quello di Rotterdam, che ne lavora 700 mila. I conti tuttavia non tornano, tanto più se si considera che i rifiuti siciliani da termovalorizzare, al netto cioè di quelli da riciclare attraverso la raccolta differenziata e altro, non dovrebbero superare, secondo le stime ottimali, le 600 mila tonnellate. È beninteso nell’interesse delle società aggiudicatarie far lavorare gli impianti il più possibile. Ma a redigere i bandi di gara è stato e rimane un soggetto pubblico, tenuto al rispetto dell’interesse generale, delle leggi italiane, delle direttive europee, e che, comunque, non può prescindere, oggi, da taluni orientamenti del governo nazionale.
In sostanza, i numeri bastano a dire che già nel 2003, quando il governo Berlusconi poteva godere dell’osservanza stretta di Salvatore Cuffaro, presidente della giunta regionale, si aveva un’idea composita dei mega impianti che erano stati studiati per la Sicilia. E se non fosse intervenuta la Ue, quando Romano Prodi aveva riguadagnato il governo, l’operazione rifiuti, nei modi in cui era stata congegnata, sarebbe oggi alla svolta conclusiva, a dispetto delle problematiche ambientali e dell’interesse delle popolazioni. Con l’avvento dell’autonomista Raffaele Lombardo il gioco si è fatto più mosso. Le cronache vanno registrando sussulti di un qualche rilievo nel seno stesso della maggioranza. Ben si comprende tuttavia che se ieri l’affare accendeva motivazioni forti, oggi diventa imprescindibile, sullo sfondo di un potere politico che, dopo Napoli appunto, sempre più va lanciandosi in politiche che per decenni la comune sensibilità aveva reso impraticabili. Il proposito delle centrali nucleari costituisce del resto l’emblema di un modo d’essere. Esistono in realtà le premesse perché la linea dei termovalorizzatori, a partire dalla Campania, dove sono in costruzione quattro impianti, passi con ampiezza, a dispetto delle restrizioni sancite in sede comunitaria. In particolare, tutto è stato fatto, in un anno di governo, perché l’affare risulti allettante. Se il ministro dell’Ambiente del governo Prodi, a seguito di una procedura d’infrazione dell’Unione Europea, aveva annullato infatti il “Cip6”, nel quadro dei contributi concessi alla produzione di energie rinnovabili, il ripristino e la maggiorazione del medesimo, nei mesi scorsi, offre alle imprese del campo ulteriori sicurezze. In aggiunta, con la finanziaria 2009, tale contributo viene esteso a tutti gli impianti autorizzati, inclusi quelli che indugiano ancora sulla carta. In tale quadro, l’affare siciliano insiste a recare comunque caratteri distinti. Alcuni dati recenti della Campania, epicentro dell’emergenza italiana, lo comprovano. Gl’inceneritori che stanno sorgendo ad Acerra, Napoli, Salerno e Santa Maria La Fossa, potranno trattare, insieme, rifiuti per un massimo annuo di 1 milione e 200 mila tonnellate.
I 3 siciliani, come si diceva, potranno lavorarne poco meno di 2 milioni. di tonnellate
Questo significa allora che l’isola è destinata a far fronte alle emergenze che sempre più si paventano in altre aree del paese? Alla luce di tutto, propositi del genere sono più che supponibili. Se tutto andrà in porto, non potranno mancare, in ogni caso, le occasioni e le ragioni per far lavorare gli inceneritori a pieno regime. Sulla base di logiche che non hanno alcun riscontro in altri paesi del mondo, si prevede infatti che possano essere trattati nell’isola fino all’85 per cento dei rifiuti siciliani, con esiti ovvi. A fronte dei progressi tecnologici, di cui pure si prende atto, la nocività dei termovalorizzatori viene riconosciuta a tutti i livelli, a partire dalla Ue, che suggerisce impianti di dimensioni piccole e medie, tanto più in prossimità degli abitati. Viene ritenuto esemplare in tal senso quello di Vienna, allocato nel quartiere periferico di Spittelau, che può trattare fino a 250 mila tonnellate di rifiuti. Sono ipotizzabili allora i danni che potranno derivare dagli inceneritori siciliani: da quello di Campofranco che, tre volte più grande di quello viennese, dovrebbe sorgere ad appena un chilometro dall’abitato, a quello di Augusta che, uguale per dimensioni all’impianto di Parigi, non potrà che aggravare, come denunciano da anni le popolazioni, lo stato di un’area già fortemente colpita dalle scorie petrolchimiche. Ma tutto questo rimane ininfluente.
Il secondo tempo della partita siciliana significa ovviamente tante cose. Dalla prospettiva propriamente politica, è in gioco il potere. Sul terreno dei rifiuti, oltre che delle risorse idriche e delle energie, andranno facendosi infatti gli assetti regionali dei prossimi decenni. L’affare è destinato altresì a pesare sul contratto che va ridefinendosi fra Palermo e Roma, fra l’interesse autonomistico in versione Lombardo e quello di un potere centrale che intende mettere mano alla Costituzione come mai in passato. La presenza insistente del presidente regionale presso le sedi governative, danno peraltro conto di affinità sostanziali, di una interlocuzione produttiva. È comunque sul piano degli interessi materiali che si condensa maggiormente il senso dell’affare. La posta in palio rimane senza precedenti: circa 5 miliardi di euro in un ventennio, fra fondi governativi e comunitari. In via ufficiale, ovviamente, ogni decisione è aperta. Ma nei fatti, è realmente così? È possibile che si prescinda del tutto dai solchi tracciati dalle gare del 2003?
Sin dagli esordi, la storia ha presentato un profilo mosso. Come era prevedibile, è sceso in campo il top dell’industria italiana dell’energia. Senza difficoltà gli appalti degli inceneritori di Bellolampo, Campofranco e Augusta sono andati infatti a tre gruppi d’imprese, rispettivamente Pea, Platani e Tifeo, guidati da società del gruppo Falck. Nel secondo si è inserita altresì, con una quota di riguardo, Enel Produzione. E la cosa darebbe poco da riflettere se non fosse per il piglio particolare con cui tale società veniva amministrata, allora, da Antonino Craparotta, destinato a finire in disgrazia per l’emergere di una storia di capitali extracontabili, alla volta di paesi arabi. Ancora senza alcun ostacolo, come da consuetudine, la quarta aggiudicazione, per l’impianto di Paternò, è andata a Sicil Power, un raggruppamento di diversa caratura, guidato da Waste Italia: quello che adesso, significativamente, con la rinuncia all’inceneritore etneo, sembra essere finito fuori gioco. Sono comunque altre presenze, discrete e nondimeno importanti, a rivelare i toni della vicenda. Il posizionamento rapido della famiglia Pisante, presente nelle cronache giudiziarie sin dai tempi di “Mani pulite”, e del gruppo Gulino di Enna nelle quattro compagini aggiudicatarie, attraverso la Emit e l’Altecoen, è al riguardo paradigmatico. Come tale è stato percepito del resto, sin dai primi tempi, da alcune procure, che hanno lanciato l’allarme inceneritori, e dalla stessa Corte dei Conti siciliana, intervenuta sul caso con perentorietà. A gare concluse, sono emersi, come è noto, degli inconvenienti, che hanno costretto l’imprenditore ennese, reduce con i Pisante della vicenda di MessinAmbiente, finita in scandalo, a farsi da parte, con la cessione di quote che gli hanno fruttato diversi milioni di euro. I termini della questione rimangono però intatti. Si è aperta una contrattazione. Interessi di varia portata sono diventati compatibili. È stato tenuto debitamente conto delle tradizioni. Il gruppo pugliese infine, senza alcun pregiudizio, è rimasto in gioco. Tutto questo costituisce però solo un aspetto della storia. Si sono avuti infatti ingressi ancor più discreti, per certi versi invisibili, al confine comunque fra l’economia e la politica. È il caso della Pianimpianti: nota società di Milano amministrata dal calabrese Roberto Mercuri.
Attiva in numerose aree della penisola e all’estero nell’impiantistica per l’ambiente, tale impresa ha potuto godere di un inserimento strategico nel sistema degli appalti calabresi: in quelli dei depuratori in particolare, che hanno mosso circa 800 milioni di euro. Ha manifestato altresì dei punti di contatto oggettivi con l’ Udc, essendone stato vice presidente l’ex parlamentare parmigiano Franco Bonferroni, amico di Pier Ferdinando Casini, ma soprattutto legatissimo a Lorenzo Cesa, attuale segretario nazionale del partito. Per tali ragioni, ritenuta cardinale negli intrecci fra politica e affari in Italia, è finita al centro di indagini giudiziarie complesse, condotte dal sostituto procuratore di Potenza Henry John Woodcock e, soprattutto, da Luigi De Magistris. Nell’atto di accusa del sostituto di Catanzaro vengono passati in rassegna fatti specifici, alcuni di non poco conto: dal sequestro di 3,8 milioni di euro al fratello e al padre di Roberto Mercuri su un treno diretto in Lussemburgo, al versamento di 370 mila euro che la Pianimpianti avrebbe fatto alla Global Media, ritenuta, attraverso Cesa, il polmone finanziario dell’Udc. Un teste, riferendosi agli appalti dei depuratori in senso lato, ha detto inoltre del sistema in uso delle tangenti, stabilite nella misura dal 3 al 7 per cento, equamente divise fra la Calabria e Roma. In conclusione, l’accusa ha presentato la società di Mercuri come la “cassaforte” di una associazione finalizzata all’illecito, ma l’inchiesta, che come è noto è passata di mano, è stata largamente archiviata.
Cosa c’entra però tutto questo con gli inceneritori in Sicilia? In apparenza nulla. Pianimpianti, nei raggruppamenti guidati dal gruppo Falk, reca una presenza del tutto simbolica, con quote dello 0,1 per cento. Nell’affare ha guadagnato in realtà un rilievo sostanziale per quanto è avvenuto, in via assolutamente privata, dopo le aggiudicazioni del 2003. Le società Pea, Platani e Tifeo, l’1 luglio 2005 hanno commissionato infatti proprio all’impresa di Mercuri, in associazione con la Lurgi di Francoforte, la fornitura, chiavi in mano, dei tre inceneritori, per un importo complessivo di mezzo miliardo di euro, che costituisce, a conti fatti, la fetta più grossa, più immediata, quindi più tangibile, dell’intera posta in palio. È il caso di sottolineare in ultimo che pure il sodalizio Pianimpianti-Lurgi è connotato da un iter mosso, antecedente e successivo alla firma dei contratti con Actelios-Elettroambiente. Le due società sono finite sotto inchiesta nel 2005 per un giro di tangenti connesse alla costruzione dei due termovalorizzatori di Colleferro. Compaiono altresì nell’inchiesta Cash cow, ancora in corso, che nella medesima area laziale ha coinvolto, fra gli altri, decine di politici.
A questo punto, dal momento che sono state disposte nuove gare, si tratta di capire cosa potrà avvenire delle intese sottoscritte a partire dal 2003. Di certo, le società aggiudicatarie hanno guadagnato una posizione favorevole. Da titolari dei cantieri, hanno ripreso a beneficiare infatti del “Cip6”, malgrado il blocco di ogni attività dal 2007. Otterranno infine il mega risarcimento che reclamavano, di 200 milioni di euro appunto, pur avendo effettuato nei tre siti lavori esigui, solo di recinzione e movimento terra. Dopo la firma dell’accordo, regna quindi un curioso ottimismo. Prova ne è che i titoli Falck hanno avuto in Borsa rialzi del tutto anomali, lontanissimi dai trend dell’attuale recessione. Ma quali giochi vanno facendosi? La cifra della penale, che evoca un calcolo complesso, di certo costituirà un forte deterrente alla partecipazione di nuove compagini. Nel caso in cui la gara dovesse andare a vuoto, l’affidamento diretto agli attuali concessionari, a trattativa privata, potrebbe essere quindi un esito “inevitabile”. Ed è la stessa Falck a dare conto di intese in tal senso con l’Agenzia regionale, nella relazione semestrale del giugno 2008. Per motivi di opportunità potrebbe prevalere tuttavia una seconda soluzione: il ritorno in gara, direttamente o in forma mimetica, delle imprese già aggiudicatarie, che finirebbero per pagare a sé stesse la penale, per il ripristino dei patti. In ambedue i casi, come è evidente, risulterebbe eluso il pronunciamento della Corte di Giustizia Ue.
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Tratto da "Domani", Settimanale di Arcoiris TV
cementir e caltagironeMaddaloni/Caserta: Costi quel che costi, per la Cementir l’ampliamento della cava si deve fare. E fu così che per la società di Caltagirone ad autorizzazione ormai scaduta - dopo oltre 25 anni di attività estrattiva - nell’impossibilità di poter continuare a cavare lì a Maddaloni/Caserta si promuove una singolare procedura: la conferenza dei servizi, con l’obiettivo di ottenere autorizzazioni per “recuperare” una parte di cava e ampliarne un’altra. Per quanto tempo? Ma per sempre, naturalmente. Intanto la società incassa dal Genio Civile l’autorizzazione di realizzare un progetto di recupero in meno di un anno, certa di avere l’ampliamento di cava per oltre 20 anni. Qualcuno potrebbe ricordare al Genio Civile che il recupero di una cava deve essere, per legge, contestuale alla coltivazione. E’ importante? Ma cos’è il Genio Civile? L’isola più piccola dell’arcipelago degli uffici della Regione, dov’è d’uso, in mancanza di una direzione centrale, l’interpretazione della norma all’occorrenza. Ognuno, come si sa, si arrangia come può. Non siamo italiani e per giunta del Sud? O no? C’è qualche problema. Purtroppo. Il terreno dove intende ampliarsi la Cementir è stato percorso da incendi e non si potrebbe (ma tutto è relativo nel paese di Bengodi!) utilizzarlo per 15 anni. Poi c’è il vincolo paesaggistico, eppure quello idrogeologico (sapete le frane, i dissesti. Problemi sconosciuti in Campania noti solamente alle centinaia di morti e ai miliardi di euro di danni prodotti alle persone e cose in questi ultimi 20 anni). Ci sono le aree boscate considerate sterpaglie dalla Cementir “ambientalista” che propone alla Provincia di voler “mietere” alberi, magari dipingendoli come fece con i gradoni delle cave. Poi ancora c’è il policlinico lì di fronte e, infine, il consiglio comunale di Maddaloni ha avuto la cattiva idea di farci nel terreno destinato da Caltagirone a cava, il parco urbano e ha addirittura richiesto alla Regione anche i soldi per la progettazione. Ora i cavaioli e i sindaci sostenitori del cemento si autoproclamano ambientalisti. A sentir loro trasformeranno i monti com’erano un tempo, ripristinando flora e fauna che vedremo sui gradoni delle cave. Cosa complessa, dunque, e aggravata con i pareri negativi espressi dalla Soprintendenza e dal dirigente responsabile dell’ufficio tecnico del comune di Maddaloni (facendo saltare “la programmazione altra” del sindaco sig. Farina). Ma piano, piano facendo durare la cosiddetta conferenza dei servizi quanto basta i delegati Cementir smonteranno con l’aiuto dello scaricabarile, pezzo a pezzo ogni ostacolo per raggiungere l’agognato obiettivo. La Cementir non è certo Legambiente o il Comitato di quartiere di Parco Cerasola. Fior fiore di consulenti, avvocati, tecnici, ecc. assistono la mega impresa. E’ vero che la legge stabilisce che una conferenza dei servizi non potrebbe durare più di 90 giorni e questi sono già trascorsi. Ma nel nostro paese, si sa la legge può essere oggetto di dibattito, di confronto “democratico”, di tutto insomma. In definitiva un optional. A rispettarla c’è tempo e comunque c’è sempre qualche parere pro veritate per eluderla, reinterpretarla. E poi c’è l’altalenante giochino tra il PRAE sì la L.R. 14/2008 no, oppure il contrario e il contrario di tutto. A seconda. E poi anche se si violasse la legge pur sempre un peccato mortale. Non si dice così? In Inghilterra per 20 sterline (denaro pubblico) spese impropriamente, un ministro si dimette e un intero governo va in crisi. In Italia per l’uso improprio di beni dello Stato, che costano milioni ai contribuenti, si diventa vittima di un complotto. Perché la Cementir dovrebbe fare diversamente? I costumi non sono uguali per tutti? Almeno quelli. E poi c’è il grandioso sindaco di Maddaloni che, giocando con due mazzi di carte (la cava e il parco) cerca di tenere buono il popolo sordo e cieco. Si può, comunque, ricorrere alle pressioni, democratiche e civili, s’intende. Per carità. Magari s’invitano i lavoratori a protestare davanti al Genio Civile perché preoccupati che il cementificio potrebbe chiudere a seguito dell’impossibilità di cavare e ad avere, quindi, la materia prima. Certo qualcuno, ad esempio i sindacati (esistono da noi?) o la stessa limpida amministrazione comunale (da che parte sta?), avrebbero potuto e dovuto spiegare ai lavoratori che alla Cementir, così come a Moccia è consentito, per legge (lo prevede il Piano Regionale delle Attività Estrattive), di delocalizzarsi e vi sono addirittura ben 23 alternative, solo in provincia di Caserta, da prendere in considerazione e valutare con tutti i soggetti interessati (amministrazioni locali, cittadini, ecc.). Non vi è pericolo di disoccupazione. Nessuno è contro il cementificio. Com’è noto a tutti. E allora che si fa? Si continua con la sceneggiata in barba a tutti e a tutto. Contano, come dicono i milanesi gli “sghei”. Solamente. Per i vincoli, gli incendi, il dissesto idrogeologico, le frane, il policlinico, la legge, c’è tempo, c’è tempo. Ma forse occorre che tutti capiscano che un’epoca si è chiusa. Che non è più consentita la grande abbuffata e mettere insieme, cave, discariche, cementifici, ospedali e alberghi. Basta! E’ finita. La vicenda della cosiddetta emergenza rifiuti ha dimostrato inequivocabilmente che la responsabilità della camorra è da ricercare nello smaltimento illecito dei rifiuti industriali campani e del centro nord Italia. La classe politica si assuma le proprie responsabilità o se ne vada a casa. Gli imprenditori guardino anche agli interessi del territorio e riconsiderino la loro presenza in questi luoghi. Abbiamo bisogno di uno sviluppo che coniughi ambiente, sviluppo e occupazione. Non c’è più spazio e tempo per giochi e scarica barile. Ma intanto Moccia denuncia Messina per diffamazione per un articolo del luglio scorso e dovrà difendersi al tribunale di Salerno.
Caserta, 6 giugno 2009 Giuseppe Messina – Legambiente e Giovanna Maietta – Comitato Parco Cersaola-Centurano
June 06 Il boss disse: date a Cesarofonte l'espresso di settembre 08
Il boss disse: date a Cesaro
di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi
Il re dei rifiuti accusa il coordinatore campano del Pdl: lo vidi incontrare il capoclan. E parla di un patto segreto tra il deputato e i casalesi
Una gigantesca zona grigia, dove diventa impossibile distinguere i confini tra camorra, imprenditoria e politica. I verbali di Gaetano Vassallo, l'imprenditore che per vent'anni ha gestito il traffico di rifiuti tossici per conto dei boss casalesi, vanno al cuore del patto criminale che ha avvelenato una regione. Descrivendo accordi inconfessabili che sostiene di avere visto nascere sotto i suoi occhi. Una testimonianza che chiama direttamente in causa i vertici campani di Forza Italia, quelli a cui Silvio Berlusconi ha affidato proprio la pulizia di Napoli. Oltre al sottosegretario Nicola Cosentino, uomo forte del Pdl nella regione, il gran pentito dei rifiuti ha accusato anche il coordinatore del partito, l'onorevole Luigi 'Gigi' Cesaro. Un ex funzionario della Asl di Caserta che si sarebbe conquistato la simpatia personale del Cavaliere bombardandolo con spedizioni settimanali di mozzarella di bufala: 20 chili per volta. "Silvio mi ha detto: ''Gigi, la tua mozzarella la mangio perché so che i tuoi amici la fanno con cura. E non ti farebbero mai un torto'".
Il parlamentare, secondo il collaboratore di giustizia, sarebbe stato "un fiduciario del clan Bidognetti": la famiglia di Francesco Bidognetti, detto 'Cicciotto 'e Mezzanotte', il superboss condannato all'ergastolo in appello nel processo Spartacus e che assieme a Francesco 'Sandokan' Schiavone ha dominato la confederazione casalese.
Vassallo riferisce ai magistrati le rivelazioni di due pezzi da novanta della cosca casertana: "Mi spiegarono che Luigi Cesaro doveva iniziare i lavori presso la Texas di Aversa e che in quell'occasione si era quantificata la mazzetta che il Cesaro doveva pagare al clan. Inoltre gli stessi avevano parlato con il Cesaro per la spartizione degli utili e dei capannoni che si dovevano costruire a Lusciano attraverso la ditta del Cesaro sponsorizzata dal clan Bidognetti".
Frasi di seconda mano? Il collaboratore di giustizia dichiara di essere stato testimone diretto dell'incontro tra il parlamentare e Luigi Guida, detto 'o Drink, che tra il 1999 e il 2003 ha guidato armi alla mano la famiglia Bidognetti per conto del padrino detenuto. "Io mi meravigliai che il Cesaro avesse a che fare con Guida...". Quello che viene descritto è un patto complesso, che coinvolge i referenti di più partiti e i cassieri di più famiglie camorristiche. L'affare è ricco: la riconversione dell'area industriale dismessa dalla Texas Instruments in una zona ottimamente collegata. Una delle storie della disfatta tecnologica del Sud: nonostante l'accordo per il rilancio, nel 1999 lo stabilimento viene venduto a una immobiliare di Bologna e chiuso, con la mobilità per 370 dipendenti. Poi nel 2005 la ditta del fratello di Cesaro ottiene il permesso per costruirvi una nuova struttura industriale. Ma nulla nei piani dei Cesaro assomiglia a una riconversione produttiva. Infatti l'anno scorso parte il tentativo di cambiarne la destinazione, bloccato dalla protesta di opposizione e cittadini. La zona resta inutilizzata ma strategica: tra poco vi sorgerà una fermata del metrò. E dieci giorni fa è stato presentato un altro progetto, che avrebbe forti sponsor in Regione, per farvi nascere negozi e parcheggi.
Ancora più lucrosa sarebbe stata la trasformazione dei poderi di Lusciano, un paesone incastonato tra Caserta e Napoli, in aree industriali, dove poi insediare aziende possedute dai padrini. Un ciclo economico interamente deviato dal potere della criminalità, che deforma il territorio e il tessuto imprenditoriale grazie al controllo assoluto delle amministrazioni locali e alla disponibilità di capitali giganteschi. Tra i protagonisti delle deposizioni anche Nicola Ferraro, businessman dei rifiuti e leader casertano dell'Udeur, tutt'ora consigliere regionale nonostante un arresto e le accuse di vicinanza alla famiglia di 'Sandokan' Schiavone: "Nicola Ferraro era il garante politico economico ed era colui che coordinava l'operazione, mentre il Guida era quello che interveniva al Comune di Lusciano direttamente sul sindaco e sull'ingegnere dell'ufficio tecnico per superare i vari ostacoli. Chiaramente molti terreni agricoli prima di essere inseriti nel nuovo piano regolatore venivano acquistati dal gruppo Bidognetti a basso prezzo dai coloni e intestati a prestanome". Poi il racconto entra nei dettagli: "Il Ferraro aveva il compito di cacciare i soldi per conto del gruppo Bidognetti per liquidare i coloni. Una volta divenuti edificabili, i lotti venivano assegnati a ditte di persone collegate al clan, quali l'azienda di Cesaro, che in cambio dell'assegnazione versava una percentuale al clan".
(18 settembre 2008) Docenti arrestati, lo sfogo di Cimitile: viene voglia di mollare. Aperto il fascicolo dopo l’esposto presentato da Sodano: sarà diviso in tre filoniUn fascicolo contro ignoti, tre filoni investigativi che la Procura si appresta a sviluppare. Uno di questi riguarda il termovalorizzatore di Acerra. Dunque il procuratore Giandomenico Lepore ha formalmente aperto il procedimento sollecitato nell´esposto presentato nei giorni scorsi dall´ex senatore di Rifondazione comunista Tommaso Sodano, che chiede il sequestro dell´impianto e la chiusura della discarica di Chiaiano. Un atto dovuto, quello dei magistrati, che sono comunque pronti ad approfondire questa come tutte le altre segnalazioni (tranne quelle a prima vista palesemente infondate o strumentali) sottoposte all´attenzione dell´ufficio inquirente. Il fascicolo potrebbe essere presto diviso in tre parti: il capitolo più delicato, quello relativo al termovalorizzatore, sarà trattato dal procuratore assieme a un sostituto che sarà individuato con il meccanismo dell´assegnazione automatica.
Il materiale relativo alla discarica di Chiaiano confluirà verosimilmente nell´indagine già in corso e affidata al pm Antonio D´Alessio. E verrà allegato a un altro procedimento già aperto su questioni analoghe il paragrafo dell´esposto riguardante la mancata realizzazione degli impianti per il trasferimento della frazione organica. Al momento non ci sono indagati né ipotesi di reato, che potranno essere formulati solo all´esito degli accertamenti. Va avanti invece l´indagine sui collaudi che mercoledì mattina ha portato all´emissione di quindici ordinanze di arresti domiciliari nei confronti di docenti universitari, tecnici e professionisti. «L´inchiesta di Napoli non mi riguarda - ha detto ieri il premier Silvio Berlusconi - sono tutte cose che non conosco e che riguardano la precedente gestione dell´emergenza rifiuti in Campania», ha aggiunto Berlusconi. A distanza gli ha risposto il governatore Antonio Bassolino: «Le sue dichiarazioni sono un po´ singolari. Nel 2005 il presidente del Consiglio era Berlusconi e commissario era Catenacci, verso il quale ho avuto e ho grande stima. Dico questo avendo collaborato con Berlusconi, Prodi e con tutti i commissari che si sono succeduti anche dopo la mia esperienza».
Ieri sono iniziati gli interrogatori degli arrestati. Il primo a rispondere alle domande del giudice Aldo Esposito e del pm Paolo Sirleo (titolare dell´indagine assieme ai pm Alessandro Milita e Giuseppe Noviello) è stato l´ingegnere Giuseppe Vacca, attualmente direttore dei lavori del termovalorizzatore di Acerra ma coinvolto per l´attività svolta come direttore dei lavori dell´impianto di Giugliano. Assistito dagli avvocati Giuseppe Fusco e Lucio Majorano, Vacca si è difeso per oltre due ore. «È stato un interrogatorio esauriente - commenta l´avvocato Majorano - ci siamo riservati di produrre nota con documenti allegati insieme all´istanza di revoca o sostituzione della misura che presenteremo al gip». Si sono difesi anche il commercialista Vittorio Colavita, assistito dall´avvocato Francesco Picca, collaudatore dell´impianto di Tufino, e il docente universitario Filippo De Rossi, assistito dall´avvocato Orazio De Bernardo.
È stato rinviato a lunedì l´interrogatorio del presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, indagato per l´attività svolta come collaudatore dell´impianto di Casalduni. «Sono turbato - si è sfogato con il suo difensore, l´avvocato Claudio Botti - amareggiato per tutto questo. A pochi giorni dalle elezioni, poi. Verrebbe voglia di mollare tutto. Però continuo ad avere fiducia nella giustizia e spero davvero che possa chiarire tutto in tempi brevi. Per fortuna ho ricevuto tantissime manifestazioni di solidarietà. Studenti, colleghi, esponenti politici. Persino Chicchitto, e chi se l´aspettava». Ieri mattina, all´aeroporto di Fiumicino, è stata notificata l´ordinanza di arresti domiciliari anche al quindicesimo destinatario, il professor Vitale Cardone, che si trovava all´estero per lavoro. (La Repubblica - Napoli)
DISCARICA CHIAIANO, PROCURA DI NAPOLI APRE FASCICOLO (chiaiaNOdiscarica.it) June 03 i collaudi agli impaitni cdr erano falsatiNAPOLI (3 giugno) - La nomina, da parte del commissariato per l'emergenza rifiuti, dei collaudatori degli impianti cdr in Campania «avveniva secondo criteri fiduciari, sulla scorta di conoscenze personali ovvero di una non meglio specificata, e per questo sostanzialmente irrilevante, analisi del curriculum».
Così si esprime il gip Aldo Esposito nelle motivazioni dell'ordinanza di custodia agli arresti domiciliari emessa oggi nei confronti di 15 indagati.
In alcune commissioni di collaudo figuravano soggetti non iscritti all'apposito albo o privi dei titoli adeguati. Come nel caso di un avvocato, munito di diploma di scuola media inferiore: si tratta di Giulio Facchi, collaudatore dell'impianto di Santa Maria Capua Vetere ed ex sub- commissario all'emergenza. Il magistrato sottolinea che «i criteri di scelta erano completamente privi di qualsiasi sistema ordinario o procedura ortodossa».
Nel provvedimento è riportata, tra l'altro, una dichiarazione resa al pm dell'ex vicecommissario di governo Raffaele Vanoli. Quest'ultimo ha spiegato, tra l'altro, che nella struttura commissariale vi erano alcuni funzionari che valutavano i curriculum: «la valutazione serviva esclusivamente ad accertare l'esistenza dei requisiti minimi. Non essendoci un criterio si selezione rigido e predeterminato, è stato adottato un sistema “intuitu personae”». I fatti contestati nell'ordinanza si riferiscono all' arco di tempo che va dal 2002 ai primi mesi del 2006. June 01 acerra è illegale: lo afferma sodano Rifiuti in Campania, Sodano presenta esposto alla Procura
Chiesto il sequestro preventivo dell’impianto di incenerimento di Acerra e della discarica di Chiaiano
Questa mattina Tommaso Sodano ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Napoli per denunciare le gravi irregolarità che gli enti preposti stanno commettendo nella gestione del ciclo dei rifiuti.
Il documento è stato spiegato nella conferenza stampa, tenutasi presso il Comitato Elettorale di via Benedetto Croce: “Un esposto doveroso per le pesanti responsabilità ravvisate nell’azione del commissariato - ha esordito Sodano - La fine dell’emergenza, sbandierata da Berlusconi negli spot elettorali e durante l’inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, è stata smentita dai cumuli di rifiuti nelle strade della provincia. La salute dei cittadini è al primo posto nelle priorità della nostra coalizione“.
Nell’esposto Sodano chiede alla magistratura tre interventi immediati: “L’inceneritore di Acerra va subito posto sotto sequestro poiché la combustione di rifiuti tal quale sta avvenendo con grave rischio per la salute dei cittadini, come dimostra il superamento dei limiti prescritti alle emissioni per ben 17 volte in questo periodo di prova“.
“L’apertura della discarica di Chiaiano non può essere garantita poiché si tratta di una zona sismica e quindi soggetta a frane, che mettono a rischio la salute degli abitanti della zona - ha aggiunto - Infine denunciamo le pesanti responsabilità della gestione commissariale e della Regione Campania che non sono state in grado di dotare il territorio campano di un impianto per il trattamento della frazione organica. I comuni ‘virtuosi’ sono costretti ad inviarla in Sicilia. I fondi stanziati per creare gli impianti, infatti, sono stati in gran parte bloccati, per la procedura di infrazione, cui è soggetta la Campania a causa dell’emergenza rifiuti. Gli unici - ha spiegato il candidato alla presidenza della Provincia di Napoli - a beneficiare di questa situazione sono i gestori degli impianti per il trattamento dei rifiuti tal quali“.
“Il tema dell’ambiente avrebbe dovuto essere al centro della campagna elettorale: è molto grave lo spreco di risorse pubbliche perpetrato in questi anni dal Commissariato. È bene - ha concluso Sodano - che si inizi a voltare pagina anche sulla questione rifiuti e la mia coalizione rappresenta l’unica alternativa in queste elezioni provinciali. (StabiaChannel.it)
L’ESPOSTO
ILL.MA PROCURA DELLA REPUBBLICA
PRESSO IL TRIBUNALE DI NAPOLI
ESPOSTO-DENUNCIA
Il dott. TOMMASO SODANO, nato a Pomigliano d’Arco i 6 dicembre 1957 ed ivi residente alla Via delle Puglie n°10 , C.F SDNTMS57T06G812O
PREMESSO
che presso codesto on.le Tribunale di Napoli sono già pendenti procedimenti penali a carico del Commissariato Straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania e delle società autorizzate alla gestione degli impianti per il trattamento dei rifiuti in Campania;
che codesta Procura della Repubblica sta già svolgendo ulteriori indagini sulla gestione del ciclo dei rifiuti in Campania, che ha provocato degrado del patrimonio naturale della Regione Campania e minacciato la salute dei cittadini ivi residenti;
CONSIDERATO CHE
con riferimento alle attività di incenerimento dei rifiuti dell’impianto di Acerra
⁃ l’art. 5 del decreto-legge n. 90 del 2008, stabilisce:”Al fine di consentire il pieno rientro dall’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, in deroga al parere della Commissione di valutazione di impatto ambientale in data 9 febbraio 2005, fatte salve le indicazioni a tutela dell’ambiente e quelle concernenti le implementazioni impiantistiche migliorative contenute nel medesimo parere e nel rispetto dei limiti di emissione ivi previsti, è autorizzato, presso il termovalorizzatore di Acerra, il conferimento ed il trattamento dei rifiuti aventi i seguenti codici CER: 19.05.01; 19.05.03; 19.12.12; 19.12.10; 20.03.01; 20.03.99, per un quantitativo massimo complessivo annuo pari a 600.000 tonnellate.”;
⁃ l’ordinanza n. 3745/2009 del Presidente del Consiglio dei Ministri, pubblicata sulla G.U. del 6.03.2009, in attuazione di quanto disposto dall’art. 5 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90, non introduce alcuna deroga, anzi l’art. 1 dell’ordinanza prevede espressamente che l’avviamento e l’esercizio provvisorio sono disposti <> e <> e quindi l’esercizio provvisorio può avvenire a condizione che siano rispettate le prescrizioni della commissione VIA: >>…integrazione del sistema di controllo delle emissioni dell’impianto mediante l’installazione di un sistema di monitoraggio in continuo del mercurio, di un sistema di prelievo in continuo di microinquinanti organici e di un ulteriore sistema di monitoraggio delle emissioni al camino>>. Più in generale, il combinato disposto dell’art. 5 del decreto-legge n. 90 e dell’ ordinanza n. 3745 del 2009, richiedono per l’avviamento e l’esercizio provvisorio del termovalorizzatore, la previa attuazione delle indicazioni a tutela dell’ambiente e di quelle concernenti le implementazioni impiantistiche migliorative contenute nel parere della Commissione di valutazione di impatto ambientale del 9 febbraio 2005,nonché il rispetto dei limiti di emissione ivi previsti .(vedi allegato1)
⁃ l’ordinanza n.3748/2009 del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18.03.2009 autorizza il conferimento, per l’esecuzione delle operazioni autorizzate, presso il predetto termovalorizzatore, dei rifiuti imballati e non imballati, provenienti dagli impianti di selezione e trattamento di cui all’art. 6, comma 1, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90;
⁃ il parere della Commissione di valutazione di impatto ambientale del 9 febbraio 2005 prevedeva una simulazione dei livelli di emissioni in atmosfera basata sull’utilizzazione di un C.d.r. rientrante nei parametri previsti dal D.M. 5/2/98 qualità e sul rispetto delle prescrizioni indicate dalla Commissione medesima (vedi allegato 2);
con riferimento alla discarica per rifiuti non pericolosi in località Cupa del Cane in Chiaiano
⁃ l’art. 9, comma 5, del D.L. 23 maggio 2008, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 2008, n. 123 stabilisce che per la valutazione relativa all’apertura delle discariche ed all’esercizio degli impianti, il Sottosegretario di Stato procede alla convocazione della Conferenza dei Servizi che e’ tenuta a rilasciare il proprio parere entro e non oltre sette giorni dalla convocazione;
⁃ l’istruttoria tecnica effettuata dal Servizio V.I.A. e V.I., nell’ambito della Conferenza dei Servizi, resa ai sensi del citato art. 9, comma 5, del D.L. 90/08, prevede e rileva: “in prossimità della discarica le strade saranno monitorate per una costante manutenzione, al fine di evitare fenomeni di polverosità nel periodo secco mediante irrorazione del piano viario”; “dagli studi ed i rilievi geologici pervenuti si evince una predisposizione alla instabilità delle pareti di cava, così come descritto nella sezione geologica del progetto, a causa di: franamento di sedimenti piroclastici sciolti, colate di fango, crollo di prismi rocciosi, pericolosità idraulica rappresentata dall’alveo strada Via Cupa del Cane…. al riguardo, l’azione progettuale è rivolta alla sistemazione idraulica dell’alveo strada e non tiene in debito conto lo studio ARPAC che evidenzia, all’interno dell’ammasso roccioso, la presenza di discontinuità tettoniche individuando numerosi blocchi lapidei al limite della stabilità”; ” qualora non si garantisca l’assoluta impermeabilità del fondo della discarica le eventuali sostanze inquinanti accumulate nella discarica possono essere trasmesse nella sottostante falda inquinandola dalla zona di alto e conseguentemente l’acqua inquinata defluirebbe radialmente verso le aree fortemente antropizzate ed urbanizzate. Tale eventualità va considerata anche in funzione della sismicità attesa che in caso di evento sismico potrebbe dislocare le impermeabilizzazioni fagliandole e rendendole di fatto inutili. Non ultima la preoccupazione di rotture della coltre impermeabilizzante dovuta al peso per eccesso di abbancamento dei rifiuti. Una simile eventualità può rappresentare un grave pericolo per la salute pubblica in relazione ai numerosi prelievi idrici effettuati a valle con pozzi”.
con riferimento alla mancata realizzazione degli impianti per il trattamento della frazione organica
⁃ il piano regionale per la realizzazione del ciclo integrato dei rifiuti prevedeva interventi in vari settori, dalla raccolta allo stoccaggio, dal riciclo allo smaltimento dei rifiuti solidi urban
⁃ per la realizzazione degli obiettivi del predetto piano la Regione, nell’ambito del POR Campania 2000-2006, Asse1-Misura 1.7., destinava una dotazione finanziaria di 170 milioni di Euro ed individuava alcune azioni, tra cui la realizzazione di impianti di compostaggio di qualità e isole ecologiche;
⁃ una parte delle risorse sono state investite, per il tramite del Commissariato Straordinario per l’emergenza rifiuti, per la realizzazione degli impianti di compostaggio mai entrati in funzione;
ESPONE
A. Con riferimento alle attività di incenerimento dei rifiuti dell’impianto di Acerra
⁃ che la fase di collaudo e di esercizio provvisorio dell’impianto, contrariamente alle prescrizioni della Commissione di valutazione di impatto ambientale, avviene con l’utilizzo di rifiuti tal quale e senza che siano stati realizzati gli interventi di bonifica ambientale del sito;
⁃ che i primi dati accessibili rilevati dall’impianto di monitoraggio dell’ARPAC evidenziano un superamento dei limiti di emissione di PM10 nella misura di 17 giorni su 60 e di ben 11 volte negli ultimi 14 giorni.
⁃ che non risulta funzionante nella attuale fase di collaudo il sistema di controllo delle emissioni dell’impianto mediante l’installazione dei prescritti sistemi di monitoraggio in continuo del mercurio, di prelievo in continuo di microinquinanti organici e di monitoraggio delle emissioni al camino;
⁃ che la mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio delle emissioni non garantisce una tempestiva e necessaria valutazione della quantità e qualità degli inquinanti emessi;
⁃ che, stante le attuali modalità di funzionamento dell’impianto e la natura dei materiali ad esso conferiti è inevitabile, o comunque altamente probabile, che continuino ad essere superati i limiti di emissione di sostanze inquinanti normativamente previsti a tutela dell’ambiente e della salute;
⁃ che tale situazione determina un’esposizione della popolazione alla inalazione, e comunque all’assunzione attraverso il ciclo alimentare, di sostanze altamente tossiche e nocive per la salute.
B. Con riferimento alla discarica per rifiuti non pericolosi in località Cupa del Cane in Chiaiano
⁃ che sulla base dell’ l’istruttoria tecnica effettuata dal Servizio V.I.A. e V.I., nell’ambito della Conferenza dei Servizi non sussistevano e non sussistono i presupposti tecnici per l’apertura della discarica di Chiaiano ( vedi allegato 3)
⁃ che, infatti, si tratta di una zona sismica e soggetta a frequenti e ripetuti fenomeni franosi ( l’ultimo si è verificato nella notte tra il 29 e il 30 maggio 2009);
⁃ che non si è provveduto e non si provvede, nonostante l’inizio della stagione secca, all’attività di irrorazione delle strade percorse dagli autocompattatori per il raggiungimento della discarica, così come previsto dalla citata istruttoria tecnica;
⁃ che tutto ciò comporta un inquinamento dell’aria ed un pericolo di inquinamento delle falde acquifere, determinato dal perdurare di eventi franosi e dal rischio di eventi sismici, che incide direttamente e gravemente sulla salute degli abitanti delle zone limitrofe alla cava e dell’intera popolazione, sulle attività agricole di pregio in un’area rientrante nel Parco metropolitano regionale delle colline di Napoli istituito con legge regionale n.17 del 7 ottobre 2003.
C. con riferimento alla mancata realizzazione degli impianti per il trattamento della frazione organica
⁃ che la mancata realizzazione ed entrata in funzione degli impianti per il trattamento della frazione organica obbliga le amministrazioni locali al trasferimento di detti rifiuti presso gli impianti operanti in Sicilia, ad un costo che varia dai 160,00 a 200,00 euro a tonnellata. A tal proposito si evidenzia che detti costi sono di gran lunga superiori alla media del trattamento in impianti dedicati nelle altre regioni italiane e si segnalano possibili “cartelli” per far lievitare i costi
⁃ che tale condizione blocca l’indispensabile incremento della raccolta della frazione umida che incide fino al 45 % del totale dei rifiuti prodotti, favorendo unicamente i gestori degli impianti di trattamento di rifiuti tal quale;
⁃ che non si comprende perchè, nonostante gli ampi poteri straordinari conferiti al Commissariato, e nonostante i fondi destinati ed in parte investiti, non sia ancora funzionante alcun impianto di compostaggio nella provincia di Napoli
Tutto quanto sopra premesso ed esposto, e considerato che nei fatti descritti possono ravvisarsi gli estremi del disastro ambientale, falso ideologico, omissione di atti di ufficio, ovvero dei reati che l’Autorità Giudiziaria voglia accertare, nonchè il pericolo di danno grave ed irreparabile alla salute e all’ambiente
CHIEDE
che si proceda all’accertamento delle eventuali responsabilità penali e che si disponga il sequestro preventivo ex art. 321 C.P.P. dell’impianto di Acerra e della discarica di Chiaiano
Il sottoscritto a norma degli art. 90 e 408 C.P.P., chiede di essere sentito per fornire elementi di prova e chiede di essere informato May 30 i soldi della recam alla camorra
“Giudizio finale”: soldi della Recam alla camorra
Soldi della Recam alla camorra. È una verità-choc quella che emerge dalle indagini della direzione investigativa antimafia, condotte dai pm Conso, Ribera e Falcone, in collaborazione col Nucleo operativo ecologico dei carabinieri — coordinati dagli ufficiali Menga, Caturano e Sirignano — e con la Guardia di Finanza.
Rivelano che tra il 2004 e il 2005 la società creata da Italia Lavoro e dalla Regione Campania per la riqualificazione dei Regi Lagni ha affidato la rimozione dei rifiuti prelevati nel nolano ad una impresa controllata dal clan Belforte. Undici le ordinanze di custodia cautelare. Colpiscono, tra gli altri, Pasquale Di Giovanni e Giuseppe Buttone. Secondo gli inquirenti sono gli imprenditori del clan che gestivano il traffico illecito di rifiuti. Entrambi sono sfuggiti alla cattura. Quarantaquattro gli indagati. I reati contestati: associazione per delinquere di stampo camorristico, traffico illecito organizzato di rifiuti e truffa aggravata ai danni di ente pubblico, riciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita, estorsione. Uno degli indagati è Antonio Scialdone, che il primo ottobre 2003 fu nominato dal consigliere regionale Enzo Rivellini (estraneo all’indagine, ndr). Il 29 dicembre 2003 la società invita le ditte interessate a presentare una offerta per il servizio di smaltimento rifiuti. Rispondono in 4: Sarim, Igica, Sem, De Vizia Transfer. Il 20 aprile 2004 Rivellini sottoscrive il contratto di appalto con la Sem. La società sarebbe in realtà riconducibile agli imprenditori Di Giovanni e Buttone, organici al clan Belforte, secondo la Direzione investigativa antimafia. Tra il 2004 e il 2005, dunque, Recam conferisce alla Sem oltre 10.000 tonnellate di rifiuti, per un fatturato di un milione e mezzo di euro. Ad almeno 6000 di esse è attribuito un codice fasullo, quello che contrassegna gli scarti dell’edilizia. Sono in realtà rifiuti urbani indifferenziati. La bugia consente alla Sem di avviarli a recupero presso gli impianti delle società «Liccarblock» e «Edilcava» ad un prezzo nettamente inferiore10-12 lire al kg, invece di 150 lire al kg. L’impresa incassa, attraverso questa truffa, almeno 400.000 euro. Con la complicità, sostiene la Dia, di Scialdone. I magistrati gli contestano di avere fatto assegnare l’appalto alla Sem nonostante quest’ultima non fosse in possesso dell’iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali per le attività di bonifica. Proprio Scialdone, rilevano gli inquirenti, quando fu nominato da Rivellini era tra l’altro amministratore delegato in due società riconducibili a Di Giovanni: Iniziative Ecologiche spa e Gisa. Dall’inchiesta emerge anche lo smaltimento illegale dei fanghi provenienti dal depuratore di Marcianise. Buttone e Di Giovanni, in accordo con Salvatore Belforte, avrebbero ricevuto nell’impianto Enertrade almeno 17 milioni e mezzo di tonnellate di fanghi ed avrebbero attribuito ad essi il codice relativo ai rifiuti provenienti da demolizione, invece che quello dei rifiuti non pericolosi. Per ingannare eventuali controlli, mescolavano i fanghi con gli inerti. Trasferivano poi questo materiale alla società Ecoriciclo, che lo rivendeva ad imprese edili. Avrebbero così guadagnato illecitamente almeno 1.200.000 euro tra il 2006 e il 2008. (Corriere del mezzogiorno, napolionline) zanotelli a pomiglianoMARTEDI 2 GIUGNO 2009 ORE 19,30
presso la Congrega S . M. del Carmine
piazza Municipio Pomigliano d'Arco
la comunità parrocchiale di S. Felice
incontra
riflessione.pdf
padre Alex Zanotelli
per una riflessione sui principi
che ispirano i cristiani
nella scelta dei candidati.
OSSERVATORIO POLITICOPARROCCHIALE
SAN FELICE IN PINCIS POMIGLIANO D'ARCO
La cittadinanza è invitata a partecipare
May 29 ncubo Acerra per il primo ministro. L'inceneritore è un boomerangncubo Acerra per il primo ministro. L'inceneritore è un boomerang
28 maggio 2009 - Francesca Pilla
Fonte: Il Manifesto
Aumentano i rifiuti in strada e conseguentemente si inceppa il sistema di
smaltimento urbano sbandierato dal presidente del consiglio come prova
della differenza tra un governo di centrosinistra, incapace di risolvere
l'emergenza in Campania, e quello di una destra competente e abile. A
quasi un anno dal "miracolo" del piano Napoli pulita, Berlusconi si trova
con discariche piene, nuovi siti che non aprono, inceneritori che non
funzionano. E proprio a ridosso delle elezioni sale la sua paura che
questa città possa diventare un luogo simbolo del complotto per
disarcionarlo.
A Napoli non c'è infatti solo il Casoria-gate, ci sono anche le indagini
su Guido Bertolaso e c'è un pasticcio in procura su presunti tentativi di
agevolare il governo, da parte del procuratore generale Giandomenico
Lepore. Il premier è nervoso e in più di un'occasione a denti stretti ha
fatto intendere la possibilità di future accuse dei magistrate che
potrebbero riguardare lui stesso o rappresentanti del suo governo, per la
gestione dell'inceneritore di Acerra. Berlusconi non spiega, ma mette le
mani avanti e aleggia, come sempre, lo spettro di un piano della sinistra
contro di lui.
Dalla procura non confermano nuove inchieste, le bocche sono cucite dopo
che nelle scorse settimane i veleni del palazzo di giustizia partenopeo
sono arrivati al Csm. Mentre si svolgevano le audizioni a Roma, infatti,
il vicepocuratoe Aldo De Chiara ha accusato Lepore di aver favorito il
governo con la decisione di stralciare dall'ichiesta Rompiballe, sulla
presunta illecita gestione dell'ernergeza rifiuti in Campania, le
posizioni del prefetto di Napoli Alessandro Pansa, dell'ex commissario
Corrado Catenacci, nonché del capo della protezione civile Guido
Bertolaso. Lepore si è difeso sostenendo la tesi dii un'esigenza tecnica,
i pm Noviello e Sirleo, a cui era stata strappata l'indagine, sono rimasti
sulle loro posizioni. Una volta a Napoli tra i protagonisti dopo una
riunione a porte chiuse, è tornato il sereno pro-forma, ma un ragionevole
dubbio si è instillato nella mente dei cittadini. E ora arrivano anche i
timori del presidente del consiglio.
Di sicuro ad Acerra tutto sta andando per il verso sbagliato. I1 26 marzo
infatti Berlusconi, in pompa magna, inaugura l'impianto, che dal giorno
dopo smette di funzionare. Gli attivisti denunciano la situazione, dal
governo negano, ma le prove sono sotto gli occhi di tutti, i camini sono
spenti, come dimostrano le 3 livecam dello stesso Osservatorio di
monitoraggio governativo. Berlusconi si presenta a Napoli per il
compleanno di Noemi e il giorno dopo partecipa ad un meeting sullo stato
del piano rifiuti: "L'inceneriitore funziona benissimo, lo stanno
testando, dice". Ma è una contraddizione in termini, perché o funziona o
si testa. Ieri il Sole 24 ore ha denunciato il report dell'Arpac durante i
test: il termovalorizzatore inquina. Per nove giorni in due mesi c'e stato
uno sforamento (consentito 35 volte in un anno) dei valori di sicurezza
relativi alla concentrazione nell'aria d micro particelle Pm10. Non solo.
Lunedi è arrivato l'ultimatum di alcune imprese a Guido Bertoldo "O ci
pagate o ci fermiamo". IJna ventina di ditte impegnate nel cantiere
lamentano un credito per 10 milioni di euro e minacciano di lasciare i
lavori all'inizio della prossima settimana, Last but not laest, ancora non
è avvenuto il passaggio di consegne tra la gestione dell'impianto da parte
dell'Onpregilo e l'A2A di Milano, chiamata tra l'altro, per decreto ad
"occuparsi" del termovalorizzatore, senza nessuna gara d'appalto.
Berlusconi non ha mai dato spirazioni per tutto questo. May 27 Le imprese che lavorano nell’inceneritore infuriate:
«Bertolaso ci paghi o Acerra si ferma»
Le imprese che lavorano nell’inceneritore infuriate:
«Lo Stato ci deve ancora dieci milioni di euro»
L'inceneritore
L'inceneritore
NAPOLI - «Se Bertolaso non ci paga entro la fine di questa settimana, da lunedì chiederemo a molti dei nostri operai impegnati nel cantiere del termovalorizzatore di restare a casa o di lavorare altrove». Scatta l’ultimatum da parte delle imprese, sono una ventina, che operano nel cantiere di Acerra e non percepiscono da sei mesi un centesimo. Minacciano di rallentare l’entrata a regime dell’impianto, qualora non ottengano ad horas le spettanze loro dovute. Un paio sono impegnate nelle opere civili: strade, fondamenta, muraglioni. Le altre, la maggioranza, lavorano alla realizzazione degli impianti elettrici e delle parti meccaniche. Una di esse ha il compito di gestire la fase del «commissioning», il rodaggio.
CREDITI - Impiegano circa 300 operai e vantano 10 milioni di euro di credito. Oggi incontreranno nuovamente Ettore Figliolia, il capo della segreteria tecnica di Bertolaso. La tesi di Bertolaso e dei suoi collaboratori è che i ritardi nei pagamenti siano da addebitare alla mancata o incompleta produzione, da parte delle società, dei documenti che attestino il regolare pagamento dei contributi ai lavoratori. «Non appena li avremo tutti — fa sapere il sottosegretario — salderemo il debito». Parole, però, che se possibile esasperano ulteriormente gli imprenditori. «Ma quale documentazione incompleta», sbotta per esempio Carmine Russo, il proprietario della società Italia Costruzioni, che ha 30 dipendenti. «Io sono in perfetta regola, ma non riesco a incassare una sola fattura da sei mesi. Vanto seicentomila euro di credito nei confronti dello Stato, per Acerra. Non bancabili. Gli istituti di credito non mi anticipano un centesimo, perché c’è una situazione ibrida: emetto le fatture nei confronti di Fisia, del gruppo Impregilo, che le gira a Bertolaso. Avrei altre commesse, ma temo di accettarle perché ho tutto il mio capitale bloccato su questo benedetto cantiere». Incalza: «Figliolia ci ha detto più volte che non è un problema di fondi in cassa, che quelli ci sono. Ma allora, dico io, che ci vuole a firmare un mandato di pagamento? Dieci minuti per evitare tanti problemi a noi ed a loro stessi».
DAL SETTEMBRE 2008 - Epilogo tutt’altro che entusiasmante, per gli imprenditori, di una vicenda iniziata sotto ben altri auspici, a settembre 2008. «Dopo un anno di fermo del cantiere — racconta Alfonso Petrillo, l’ex presidente del gruppo delle piccole industrie dell’Unione industriali — fummo tutti chiamati dal sottosegretario Guido Bertolaso. Il sottosegretario ci comunicò che, di lì a poco, avremmo ripreso a lavorare. Ci disse che avremmo portato a termine gli atti transattivi con Fisia e che sarebbe stata poi la sua struttura a remunerarci per le opere che avremmo realizzato. Il meccanismo prevedeva che noi trasferissimo le fatture a Fisia e quest’ultima alla pubblica amministrazione la quale, entro 20 giorni, avrebbe dovuto pagarci». Ha funzionato, secondo quel che raccontano gli imprenditori, solo per un paio di mesi, fino a novembre. Poi non hanno più incassato nulla. A gennaio, in compenso, racconta Russo, «ci hanno convocati di nuovo». Tutti davanti a Bertolaso. Ci ha chiesto uno sforzo per rispettare la scadenza fissata per l’inaugurazione del cantiere, a fine marzo. Il presidente del consiglio Berlusconi si era impegnato per quella data, ci fu detto, e noi dovevamo far sì che l’impegno fosse mantenuto. I nostri operai hanno lavorato giorno e notte, sabato e domenica. Avremmo meritato, lo dico con amarezza, un trattamento diverso». Oggi è dunque il giorno della verità: accordo o serrata. Se prevarrà la linea dura, l’entrata a regime del termovalorizzatore potrebbe slittare. Quel che non è riuscito alla mobilitazione prodotta da migliaia di cittadini, paradossalmente, potrebbe ottenerlo la protesta di una ventina di imprenditori.
Fabrizio Geremicca
27 maggio 2009 le emissioni di acerraINOLTRIAMO per opportuna conoscenza
Ass. Medici per l'Ambiente Campania
Dr G.Rivezzi
Da Il Sole 24 Ore del 27/05/2009 SUD In due mesi di
attività si sono già registrate nove giornate in cui le
emissioni di polveri sottili dal termovalorizzatore di Acerra hanno
sforato il tetto consentito. Nove giornate rispetto alle 35 massime
consentite e sopportabili in un anno intero. A certificarlo è
l'Arpac Campania. Sul sito dell'agenzia, i report dettagliatissimi del
monitoraggio delle emissioni dell'impianto. Le misurazioni effettuate
dall'Arpac e pubblicate online registravano la presenza nell'aria di
polveri inquinanti (Pm10) per una media giornaliera di 76,3 micron per
metro cubo, ben più alta del valore consentito di 50 micron.
Inoltre, secondo i dati forniti dall'Osservatorio costituito proprio
per monitorare le performance dell'impianto di Acerra inaugurato a fine
marzo, la fuoriuscita del monossido di carbonio e di alcuni tipi di
idrocarburi, pur nella norma, raggiunge il limite massimo autorizzato.
«Anche se le nostre centraline sono in fase di taratura –
spiega Luciano Capobianco, direttore generale dell'Arpac –
riteniamo che la concentrazione di queste sostanze sia senza dubbio
eccessiva, tanto da richiedere una particolare attenzione e un
potenziamento dei controlli».L'Osservatorio di Acerra non
fornisce dati sulle emissioni di Pm10 nella tabella visibile online.
Ammette, però, concentrazioni medie giornaliere di monossido di
carbonio e di idrocarburi policiclici aromatici che raggiungono il
tetto massimo di 50 mg per metro cubo consentito dalla direttiva
2000/76 della Ue in materia di incenerimento dei rifiuti. «Si
tratta di misurazioni effettuate in fase di collaudo – precisa
Vincenzo Coccolo, presidente dell'Osservatorio ambientale – ma
appena il termovalorizzatore sarà pienamente funzionante
entreremo nel merito anche dei controlli eseguiti dall'Arpac».
May 25 denunciamo???segnalazioni di un cittadino qualunque, bisogna cominciare a denunciare la polizia che non accetta le denunce?
Ciao Nunzia, ti scrivo per segnalarti un ennesimo episodio riprovevole.
Mercoledì scorso, 20 Maggio 2009, tornavo rincasavo, percorrendo a statale 162, in prossimità della mia uscita, Spiniello, Mariglianella scorgevo un'enorme nuvolone di fumo nero che invadeva tutta la zona circostante estendendosi verso Brusciano.
Mi sono diretto verso il focolare che era, tanto per cambiare localizzato nel campo ROM situato nei pressi dell'uscita accanto ai regi lagni.
Non potendo fare diversamente mi sono diretto nel campo ROM (ore 23:20) provando a chiamare il 113 invano per circa 30 minuti.
L'aria era irrespirabile, non rassegnato mi sono diretto al distaccamento di PS di ACERRA per denunciare l'accaduto, risposta: non abbiamo personal disponibile e non abbiamo autovetture, conclusione ancora una notte di veleni tra l'indifferenza delle Istituzioni.
Saluti, a presto May 23 lo uttaroCon preghiera di pubblicazione.
Grazie.
Il Consorzio Unico di Bacino delle Province di Napoli e Caserta, nella persona del suo direttore dell’articolazione territoriale CE, con un comunicato stampa fa sapere che nell’incontro programmato chiederanno alla Procura a Napoli il dissequestro della discarica illegale e abusiva di Lo Uttaro, finalizzata alla bonifica del sito.
Non nascondiamo la sensazione che fa un certo effetto leggere da finti tecnici e da autentici politicanti superati parole quali "sicurezza", “cosiddetta superprocura", "senza alcun rischio" e via fantasticando, situazioni ambientali, sanitarie, tecniche e amministrative complesse, sicuramente illecite delle quali, queste persone, non ci pare che abbiano dimostrato nei fatti competenza e conoscenza. Fatti che hanno visto coinvolti sulla vicenda che ha determinato il sequestro, da parte della Magistratura, amministratori pubblici, tecnici, funzionari, colletti bianchi e quant'altro questa disgraziata provincia è riuscita a partorire in questa lunga notte della cosiddetta emergenza rifiuti. Chi pensa poi che tale linguaggio viene da apparati governativi si sbaglia di grosso ma viene, invece, da ex in tutto e ha con i residuati di un passato sconvolto, la necessità e l'urgenza di rimettersi in gioco. Un gioco disperato per loro e disperante per la comunità. Gioco di una parte di una forza politica, quella che in parte rappresenta gli enti locali campani che, dopo il fallimento politico di un gruppo dirigente inadeguato e sotto l'occhio della magistratura, ritiene di criminalizzare la società civile e rassicurare il popolo che tutto va bene a Lo Uttaro. Vorremmo solo ricordare a questi Soloni della tuttologia che occorre procedere alla caratterizzazione dei rifiuti e, prima ancora alla messa in sicurezza del sito. E' chiaro che l'architetto, pardon che il sig. Venditto non è mai stato a Lo Uttaro, però sarebbe bastato almeno che vedesse le inchieste della Rai (Rainew24) dove "l'assoluta sicurezza" del sito, vantato dall'incauto Venditto, non trova alcun riscontro nello stato dei luoghi e nella realtà dei fatti. Provvederemo a diffidare il Consorzio Unico della Provincia di Caserta e ci appelliamo alla Regione Campania, all’assessore Ganapini e alla stessa Protezione Civile Regionale affinché procedano loro a pianificare interventi che quegli enti, per l'autorevole rappresentanza politica e istituzionale sono in grado di assicurare. Alle forze politiche di governo e non riteniamo di poter chiedere che vi è sì una necessità e una urgenza: quella di rinnovare in toto classe politica e rappresentanze varie. Le forze e le competenze non mancano. Basta guardarsi intorno.
Caserta, 21 maggio 2009
Giuseppe Messina – comitato scientifico di Legambiente
Giovanna Maietta – comitato di quartiere Cersola-Centurano |
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